Camorra a Napoli, summit tra i boss nella sala mortuaria dell'ospedale

Sabato 2 Novembre 2019 di Leandro Del Gaudio

Era il luogo più sicuro, blindato, a prova di intercettazioni. Un luogo dove si poteva discutere, chiudere accordi e siglare la pace, quella tra due cartelli che - almeno dalla fine degli anni Novanta - segnano la cronaca nera cittadina, parliamo dei Mazzarella contro quelli di Secondigliano. Ed è così che la sala mortuaria dell'ospedale Ascalesi diventa, agli occhi di un camorrista di ottanta e passa anni, un luogo decisivo per definire strategie, imbastire una tregua, assistere alla stretta di mano che sta a monte della grande spartizione del racket a Napoli, parliamo del pizzo imposto sui lavori (infiniti) di via Marina, sui cantieri (immobili) che scandiscono la circolazione da via Vespucci fino a San Giovanni a Teduccio. È uno dei retroscena delle indagini culminate negli arresti di Carmine Montescuro, 84 primavere, il «paciere», la «potenza del porto», la «Svizzera» della camorra cittadina, a leggere le carte dei 23 arresti di due settimane fa. Ed è nelle pagine destinate alla valutazione del Tribunale del Riesame, che si scopre l'espediente usato dal boss di Sant'Erasmo per dare inizio al grande accordo, al patto di non belligeranza tra i clan Mazzarella e di Secondigliano, in vista della grande torta dei lavori in via Marina.

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Un summit in una sala mortuaria, un vertice all'obitorio, in una delle celle riservate ai defunti, nella «pancia» dell'ospedale Ascalesi. Lo ha raccontato agli inquirenti Maurizio Ferraiuolo, ex personaggio di spicco del crimine di Forcella, oggi collaboratore di giustizia, che ha fatto riferimento proprio all'incontro segreto in ospedale, anzi - con maggiore precisione - al «vertice» nella sala mortuaria dell'Ascalesi. Pagine di omissis, segno evidente di indagini in corso e di rivelazioni ancora segrete, Ferraiuolo ammette: «Grazie a lui (il presunto dipendente dell'ospedale), ho utilizzato i locali della sala mortuaria dell'ospedale per effettuare riunioni significative con altri esponenti della criminalità organizzata, dal momento che si trattava di un luogo molto sicuro». Poi il link con la storia di via Marina: «Faccio riferimento a una riunione con zi Menuzzo (soprannome del boss di Sant'Erasmo Carmine Montescuro), che aveva il compito assai difficile di cercare di stabilire una pace al conflitto armato che da qualche tempo stava imperversando con il gruppo Mazzarella. A questa riunione che avvenne nella sala mortuaria dell'Ascalesi (la cui dirigenza è ovviamente estranea a ogni collegamento con la camorra, ndr), presi parte anche io, oltre a Antonio Accennato, inizialmente mio fratello Gennaro Ferraiuolo, che premeva per ristabilire la pace». E non fu l'unico summit chiarificatore, a sentire il collaboratore di giustizia: «Ricordo che vi fu nella stessa sala mortuaria anche un'altra riunione avente ad oggetto lo stesso argomento, con la presenza di Luciano Mazzarella, che aveva al suo interno problemi con Andrea Ottaviano».

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Tutto pronto, insomma, la tavola sembrava apparecchiata, non c'era che attendere i vari «sal» (stato avanzamento dei lavori) per sbloccare finanziamenti, quindi tangenti mensili fino a 20mila euro. Ed è in un'altra inchiesta sui lavori di via Marina (in cui si batte una pista non legata a fatti camorristici), si ipotizza che alcune aziende di volta in volta impegnate per la riqualificazione del tratto stradale producessero fatture gonfiate per creare fondi neri, soldi da usare per pagare tangenti. A chi? Sono ancora le indagini della Procura a ipotizzare che i soldi fabbricati in nero seguissero due strade: verso i clan della camorra e verso alcuni esponenti infedeli della pubblica amministrazione. Ma torniamo alla sala mortuaria dell'Ascalesi. Inchiesta condotta dai pm Antonella Fratello e Henry John Woodcock, sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, a partire da quel vertice (che il pentito colloca in un passato recente) gli affari della camorra hanno preso a filare per il verso giusto. Ed è in questo scenario che qualcuno ha anche abbassato la guardia, usando sempre meno filtri per i vari incontri: «A seguito delle riunioni all'Ascalesi, vi fu un'ulteriore riunione in casa di Montescuro». Poi hanno fatto seguito incontri in pizzeria (zone Case nuove, al cospetto di soggetti legati ai Caldarelli e ai Vatiero) e a conversazioni in un'auto imbottita di cimici, vera e propria chiave di volta delle indagini culminate negli arresti firmati dal gip Alessandra Ferrigno. Ma quello dell'Ascalesi non è l'unico caso di ospedale usato per i summit di boss della camorra. Di recente è stato il pentito di rione Traiano Enzo Carra a raccontare di incontri tra camorristi nell'ospedale San Paolo, mentre lo stesso scenario di incursioni criminali lo hanno registrato al San Giovanni Bosco, nell'ultima inchiesta sui Bosti-Contini. Clan e affari, summit in ospedale, vertici a prova di cimici, lì tra obitori e reparti finiti nelle mani della camorra.

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