Giù le Vele, ma i boss resteranno a Scampia

di Ernesto Mazzetti

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Ho ricordi vaghi dei giorni in cui a Napoli ebbe inizio la costruzione del primo dei sette fabbricati di alloggi popolari che il loro progettista, Franz Di Salvo, volle denominare Vele. Erano gli anni 60, e si respirava un'aria un po' più fiduciosa di quella in cui oggi siamo immersi. Su un punto, però, credo di ricordare bene: l'avvio del progetto non fu accompagnato da grande risonanza. Vantava innovative qualità architettoniche; ma è anche vero che, in quei decenni, di edilizia sociale se ne produceva con apprezzabile continuità grazie alle leggi susseguitesi sin dall'immediato dopoguerra. Al Sud se ne occupava la Cassa per il Mezzogiorno. Centro di potere e strumento di clientelismo, secondo i partiti d'opposizione. Comunque struttura efficace e rapida nel realizzare opere pubbliche. E tra queste le Vele. Che si aggiungevano agli altri numerosi rioni di edilizia sociale costruiti dal 1945 nelle periferie napoletane.

Mentre a Scampia s'innalzavano le Vele al Comune di Napoli c'era un turbinio di sindaci: Nando Clemente, Giovanni Principe, Gerardo De Michele, Bruno Milanesi. Tutti democristiani, appoggiati da socialisti, socialdemocratici, liberali, repubblicani. Con l'intervallo, breve, d'un commissario governativo, il prefetto Mattucci. Una crescita accelerata. Ed anche progetti rilevanti: il secondo Policlinico, la Tangenziale, il Centro Direzionale. Tanta edilizia, non priva di episodi speculativi; paesaggio e funzionalità della metropoli odierna ne pagano tuttora prezzi. Le «mani sulla città» non erano restate prerogative dell'età laurina.

Il terremoto del novembre 1980 fu un dramma. Mortale in paesi irpini e lucani. In Napoli, meno segnato da lutti, aggravò la già incipiente crisi economica e produttiva. L'esigenza di costruire presto, dovunque e comunque, per trasferire migliaia di persone dal vecchio tessuto residenziale rivelatosi insicuro, fece sorgere nuovi complessi abitativi a ridosso delle preesistenti periferie. Un disordine urbanistico aggravato dall'inadeguatezza di servizi. Se ne ebbero risvolti di anarchismo sociale con effetti collaterali d'aggressività criminale, venutasi aggravando fino ai giorni nostri. Nelle Vele, ove sin dall'inizio si lamentava il mancato completamento di attrezzature che assicurassero vivibilità, e prive ancora di presidi di forze dell'ordine, iniziò un Far West di occupazioni abusive. Vicende ben note. Così come ben nota la decisione negli anni 80 di cancellare dalla topografia napoletana le sette Vele, trasfigurate da utopia urbana in obbrobrio metropolitano, immagine esasperata da media e fiction. Prima «vittima» designata la Vela F. Era il dicembre 1997, sindaco Bassolino. La dinamite fece cilecca. Bisognò buttarla giù a colpi di ruspa. Così come fu nel 2000 per la Vela G e nel 2003 per la Vela H. Poi la lunga sosta. 

È trascorso un ventennio. Son cambiati gli scenari politici. Trovati finalmente nuovi fondi, ribadita la necessità delle demolizioni, elaborate non senza qualche nebulosità ipotesi di risistemazione degli occupanti regolari ed abusivi, si riavvia il piano di demolizione delle residue Vele, nel frattempo non più identificate con lettere dell'alfabeto, ma con colori, salvandone una per farne uffici. Si prevedono sei mesi per buttar giù la Vela Verde, prima delle tre «condannate». È un inizio. Quanto tempo ancora perché acquisti un nuovo volto il quartiere di Scampia? Forse l'ipotesi d'un decennio potrebbe perfino apparir seducente. Ma via le Vele, via Gomorra? Fu illuministica l'illusione d'un tempo lontano che questi edifici avrebbero offerto vita migliore a migliaia di famiglie perbene. C'è il rischio d'un futuro vicino in cui si riveli mera utopia la scomparsa della camorra a seguito della loro demolizione. Il rinnovo urbano ha certamente effetti benefici. Ma non basta. Dal contesto urbanistico il discorso deve estendersi a quello economico. Il malessere sociale s'accresce dove le attività produttive ristagnano e si nega un futuro ai giovani. È indubbio che nell'ultimo trentennio ci sia stato, confermato da studi, un parallelismo tra la perdita di oltre 100mila posti di lavoro in imprese manifatturiere e la crescita quasi pari degli organici della malavita. Suona perfino retorico ribadirlo, ma resta aperta una sfida allo Stato. Che a Scampia ha subìto già troppe sconfitte. L'area napoletana nell'ultimo quarantennio ha rappresentato uno dei più vistosi casi di de-industrializzazione. E si son lasciate marcire grandi possibilità di trasformazioni urbane che pur potrebbero generare nuove attività, a cominciare dal «caso Bagnoli». Lo sviluppo deve accompagnarsi alla sicurezza. Accontentarsi della prospettiva turistica significa che troverà sede altrove la camorra che vorremmo veder collassare insieme alle Vele.
Lunedì 20 Maggio 2019, 08:00
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1 di 1 commenti presenti
2019-05-20 11:04:50
La mia modesta opinione è che trattasi, sempre e soltanto, di un problema culturale, non politico strettamente territoriale. Il retaggio culturale, che si tramanda di padre in figlio, vede al centro del problema quanto caratterizzato dal nostro DNA sui valori in generale. Il territorio è fotografia della comunità; Illegalità, disonestà, corruzione , scarsissimo senso civico, pochezza politica, incapacità amministrativa sono caratteristiche passate da padre in figlio, da capo a collaboratore, da insegnante ad alunno, da leader ai followers, ecco il motivo di questo perenne stato di degrado morale, sociale ed ambientale.

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