Ponte Morandi, stop ad azienda di Napoli: «Collusa coi D'Amico e Sarno»

Mercoledì 15 Maggio 2019 di Giuseppe Crimaldi
Il sospetto è pesante: infiltrazioni mafiose. La notizia della interdittiva antimafia notificata dal prefetto di Genova Fiamma Spena su relazione della Dia a una ditta napoletana - la «Tecnodem srl» - impegnata nelle operazioni di demolizione del Ponte Morandi, arriva come un fulmine a ciel sereno. È il primo caso che vede coinvolte ditte che operano nella bonifica della strutturata crollata il 14 agosto scorso.

L'INDAGINE
L'azienda - specializzata nella demolizione industriale di materiale ferroso e inserita tra le ditte sub-appaltatrici per la demolizione e la bonifica degli impianti tecnologici per 100mila euro - è stata ritenuta «permeabile ed esposta al rischio di infiltrazione mafiosa». A concedere, da committente, il sub-appalto era stata un'altra azienda (estranea alle contestazioni), la «Fratelli Omini». Amministratrice e socio unico della Tecnodem risulta essere Consiglia Marigliano, priva di titoli o esperienze professionali di settore, e consuocera di Ferdinando Varlese, pregiudicato di 65 anni di Napoli domiciliato a Rapallo, che figura come dipendente della società stessa. Tra le condanne riportate da Varlese, emerge la sentenza emessa dalla Corte d'Appello di Napoli nel 1986 per associazione a delinquere. Successivi riscontri investigativi hanno fatto emergere anche che in quel processo figuravano, come coimputati, alcuni affiliati al clan Misso-Mazzarella-Sarno, già appartenente all'organizzazione camorristica denominata «Nuova Famiglia».

 
Ma non è tutto. Altra sentenza rilevante - secondo la Dia - è quella della Corte d'appello di Napoli del 2006 per tentata estorsione con l'aggravante di aver commesso il fatto con modalità mafiose, da cui si evincono in maniera circostanziata i legami di Varlese con un altro clan di camorra, quello dei D'Amico (cui risulta legato da rapporti di parentela). Un quadro sicuramente inquietante.
I CONTROLLI
L'attività si inserisce nel quadro delle «Disposizioni urgenti per la città di Genova», che ha individuato la Dia come punto di snodo di tutti gli accertamenti antimafia. Fino ad oggi, infatti, sono stati eseguiti controlli, con la collaborazione delle forze di polizia territoriali, su 92 società e 4.062 persone fisiche impegnate nella ricostruzione del ponte Morandi. L'Associazione temporanea di imprese dei demolitori di Ponte Morandi ha precisato che «prima dell'inizio dei lavori aveva presentato alla committenza tutta la documentazione richiesta e prevista ai fini delle verifiche antimafia per ottenere il permesso al subappalto delle relative attività. Ottenuta l'autorizzazione, soggetta a successiva verifica da parte della Prefettura, sono stati consentiti gli ingressi in cantieri».
Sul caso ieri è intervenuto anche il presidente dell'Autorità nazionale anticorruzione (Anac), Raffaele Cantone: «Il primo testo del decreto Genova non prevedeva i controlli antimafia. Fu in sede di audizione in Parlamento che segnalai questo aspetto e poi le norme furono inserite. È positivo che queste misure siano state utili». Cantone fu ascoltato dalle commissioni Trasporti e Ambiente della Camera il 10 ottobre scorso e in quell'occasione segnalò quelle che riteneva delle criticità del decreto Genova, predisposto dopo il crollo di Ponte Morandi. E segnalò il fatto che nel testo - che poi è stato rivisto - era prevista una deroga a tutte le norme extrapenali.
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