Raffaele Ajello è morto a 92 anni: addio all'ultimo illuminista di Napoli

Martedì 31 Marzo 2020 di Francesco Di Donato *
La prima immagine di Raffaele Ajello che salta agli occhi, ora che se n'è andato dall'altra parte del mare, è quella di lui che si muove nel suo spazio vitale, uno studio traboccante di libri, protetto da un bow-window, inondato di luce e con decine di volumi squadernati sul davanzale. «Ho trascorso un bellissimo pomeriggio in compagnia di Nietzsche, un uomo intelligente» diceva al telefono. È scomparso ieri mattina per un'insufficienza cardiaca (nessun rapporto con il coronavirus) a una settimana dal suo novantaduesimo compleanno. Era nato a Napoli il 5 aprile del 1928, figlio di un facoltoso avvocato e nipote dell'ingegnere progettista del parco Margherita.

Ci riceveva lì, in quel bow-window nei lunghi, luminosi pomeriggi di primavera e per ore, con un'energia inesauribile c'intratteneva deliziandoci con la sua genialità fino a quando la notte non scendeva. Se l'era progettato da solo quello spazio, negli anni Sessanta, come tutta la sua casa, in stile wrightiano, in località La Pietra, situata poco prima che la strada si slarghi nel bel lungomare di Pozzuoli. Una casa appoggiata tra il bordo dell'acqua e il costone della solfatara sovrastante, il profumo della brezza marina che continuamente la inondava e lui, un faro che dispensava luce senza risparmio a chiunque si mostrasse interessato, come gli piaceva ripetere, «a capire». Aveva un'ingenuità disarmante che lo portava a voler spiegare le sue idee a tutti in ogni circostanza, senza distinzione previa, nella certezza incrollabile che tutti avessero diritto di comprendere. Una volta cercò per venti minuti di spiegare a Walter Mazzarri, allora allenatore del Napoli, che lo guardava con un'aria a metà tra il divertito, il curioso, il rispettoso e il basito, perché Benedetto Croce «non aveva capito niente e John Dewey tutto»!.

Amava la luce, quest'uomo dalla folta chioma argentea, rossiccio di carnagione, naso aquilino, piccolo di statura e gigantesco nei pensieri; e odiava le tenebre, soprattutto quelle della mente. «Mens in tenebris» era la frase di Montaigne, uno dei suoi grandi idoli, che più lo colpiva: «Bisogna combattere l'oscurità dei pensieri ovunque essa si manifesti. Le idee devono essere chiare e distinte, mai fumose e torbide». Da questa radice era nato il suo interesse per l'illuminismo del quale Ajello è stato un grande studioso. E dell'illuminismo, vertice del pensiero moderno cioè la stagione che aveva portato la più grande «rivoluzione della mente mai avvenuta», aveva indagato un aspetto poco compreso: l'idea che la vita umana si può vivere molto meglio negli aggregati sociali se si converge tutti nell'accettazione dell'effettiva realtà, intesa e vissuta nella sua interezza, slancio e tragedia, e non nel melenso ottimismo di maniera che i desiderata degli uomini, alcuni ingenuamente altri con famelica furbizia per trarne profitto, prefigurano, scambiando «i sogni per concretezza». Machiavelli è quindi il punto di partenza di tutte le sue analisi. Questa passione divorante per il reale ha drenato tutte le energie intellettuali di Ajello, trasformandolo in un fustigatore severissimo della mentalità italiana, percorsa invece dall'«ambiguità» e dalle astuzie di una ragione malata di egoismo e di disonestà intellettuale. Avendo insegnato per 45 anni in facoltà di Giurisprudenza, prima a Catania (dal 1968 al 1976), poi a Napoli alla Federico II (Storia del diritto italiano dal 1976 al 2003), i suoi strali si rivolgevano soprattutto ai giuristi, colpevoli con i loro formalismi di aver inquinato il Paese. Anche i titoli di alcuni dei suoi studi più noti ricalcano questa ossessione: Arcana juris del 1976, ormai un classico; Formalismo medievale e moderno del 1990; Il collasso di Astrea del 2002 (tutti con Jovene); fino alla quadrilogia degli ultimi operosissimi anni: Eredità medievali paralisi giudiziaria del 2009; Dalla magia al patto sociale del 2013; Dalla metafisica alla socialità del 2015; e l'ultimo Civiltà moderna del 2018 (tutti con l'Istituto Italiano per gli studi filosofici). Le stesse linee trasfuse nella rivista «Frontiera d'Europa» da lui fondata e diretta per un quindicennio dal 1995 al 2010 nella quale espresse anche la sua visione della storia del Mezzogiorno.

La fonte alla quale i «sacerdoti del diritto», come li chiamava ironizzando, si erano abbeverati trasmettendo il virus a tutte le classi dirigenti in massima parte provenienti da studi giuridici avvelenati dal tecnicismo e sempre meno aperti alla «contaminazione» culturale è stato per Ajello l'idealismo. Questa posizione critica lo ha portato a sviluppare un'intenso corpo a corpo non sempre ben compreso con tutti i campioni di quell'indirizzo, a Napoli tradizionalmente diffuso e potente: Vico, Croce e infine Galasso.

Disinteressato al grande successo che non cercò mai, pur meritandolo assai più di altri (pubblicava volutamente con edizioni autocurate e negli ultimi anni rigorosamente fuori commercio) Ajello è stato e sempre più sarà riconosciuto come un enorme vanto della cultura napoletana nel mondo, uno di quei grandi uomini di cui possiamo andar fieri.

Amatissimo dagli studenti, generoso e austero, irascibile all'inverosimile quando s'imbatteva anche per caso in una stortura o in una disonestà, coraggioso e anticonformista con il gusto innato dell'ironia, se n'è andato come se ne va un vero uomo di pensiero: con la penna in mano. Ora che il buio ha avvolto per sempre quel bow-window, le sue idee lievitano in un'alba di luce grazie alla quale potremo, coloro che sono interessati «a capire», iniziare la traversata.

* professore di Storia delle istituzioni politiche all'università di Salerno © RIPRODUZIONE RISERVATA