Napoli, anche i neoborbonici sedotti dalla politica: «Dobbiamo buttarci nella mischia»

Domenica 2 Giugno 2019 di Antonio Menna
Qui non c'è più tempo, ci vuole il partito neoborbonico che riscatti le Due Sicilie. Basta attendismi. Basta tatticismi. È l'ora della battaglia per il Mezzogiorno. Lo dicono sottovoce, nella riunione del Parlamento del Sud, che sotto la bandiera bianca dei fasti di Ferdinando II, si è riunito ieri nell'austera, quasi imbarazzata, aula dell'ex convento di Santa Maria la Nova. Lo dicono senza fanatismi, con uno sforzo di ragionamento. Ma il senso è quello: si deve fare una lista unica dei neoborbonici e buttarsi subito nella mischia. Prima di farlo, però, ci vuole una bella ripulita: e così, ieri sera, va in scena un popolo di giacche e cravatte, qualche giubbotto di renna (sempre con la cravatta sotto), molti uomini attempati, qualche signora silenziosa. Sembra una bella riunione di condominio dell'Arenella: insegnanti in pensione, impiegati pubblici, pochi simboli della nostalgia, nessun folclore. Qui si fa sul serio.
 
A illustrare il piano per la conquista della politica, ci pensa, nel suo intervento, Andrea Tamburelli, con tanto di slide che scorrono faticosamente su un piccolo schermo da vecchio proiettore casalingo. C'è il Parlamento delle Due Sicilie: tutti, compilando un modulo, possono farne parte. Ci sono tredici commissioni tematiche, dall'economia alla sanità, dagli esteri (l'Italia?) ai Sedili di Napoli. C'è un Gran consiglio, una sorta di direttorio, anzi di Consiglio di amministrazione precisa l'oratore -, ci sono le Camere provinciali e c'è un ufficio di coordinamento. Questa la struttura del nuovo partito. Ora, però, bisogna riempirlo. E dalla tribuna, succedendosi al ritmo di cinque minuti ciascuno, tutti hanno voglia di parlare. Partono in venti, già iscritti prima ancora di cominciare. «Ne ha facoltà», dice, dando la parola il presidente di turno. «Lo abbiamo definito Parlamento si schernisce Gennaro De Crescenzo, presidente del Movimento neoborbonico ma potremmo parlare di Osservatorio delle politiche nazionali sul Meridione e di Laboratorio di idee». Poi, però, si dilunga su Ferdinando II e gli occhi si illuminano: il re del popolo, che si tagliò le spese di corte, dimezzò le tasse, faceva 50 udienze al giorno, parlava in napoletano e sul letto di morte aveva rosari, corone e immagini sacre, proprio come in un basso dei Quartieri. Immancabile, la prima ferrovia (altro che spasso del Re, fu una rivoluzione) e l'idea di un giallo sulla morte di Ferdinando II, avvenuta nel 1859 e, guarda caso, subito dopo arriva l'Unità d'Italia. «Dobbiamo fare luce dice De Crescenzo su quello che al Sud non si fa, in termini di politiche pubbliche, e su quello che si fa, in termini di capacità e forza di popolo». Arriva anche il messaggio di Pino Aprile, l'autore di Terroni, che doveva essere presente ma dice di «essere deportato ad Aosta», per alcuni impegni professionali.

Il dibattito si infiamma subito con Fiore Marro: «Basta divisioni, siamo una sola famiglia. Dobbiamo avanzare uniti verso una nostra proposta politica». Gli fa eco Augusto Forbes: «Il partito più grande del Sud è l'astensionismo. C'è un grande vuoto di classe dirigente. Possiamo esserlo noi ma dobbiamo essere credibili e coesi. Prima battaglia contro l'autonomia differenziata di Salvini». «È venuto il momento del cambiamento si esalta Geppy Romeo Da vent'anni facciamo battaglie culturali. Che soddisfazione vedere oggi esposte le nostre bandiere. Ma dobbiamo passare all'azione». Enzo Maiorano, anziano medico siciliano che vive a Roma chiede a gran voce di riscattare il Sud, «prima che io passi a miglior vita». «Siamo lenti - aggiunge -, troppo lenti. Eppure in platea non vedo disoccupati né sfaccendati. Vedo persone istruite, serie. Chiamiamo i nostri amici, diamoci da fare». Altro che social network, l'idea è la vecchia agendina telefonica. «Io e mia moglie dice Salvatore Argenio gestiamo un negozio che non si trova in Italia ma nel Regno delle Due Sicilie. Ci siamo stancati di votare partiti che non ci rappresentano. Ci dobbiamo muovere, prima che i settentrionali guidati da Salvini si vengano a prendere anche quel poco che ci è rimasto». Intanto i moduli per le autocandidature al Parlamento si accatastano sul tavolo. In platea siedono con disciplina almeno 150 persone. C'è una sola bandiera neoborbonica, appoggiata su un podio laterale. Sempre di lato c'è un tabellone che ricorda il 2019 come anno Ferdinandeo (160 anni dalla morte di Ferdinando II). Un piccolo banchetto con i libri, nessun gadget, niente musiche popolari, nessuna concessione allo show. Si fa politica. Si chiama Parlamento. Si organizza il futuro con un sapore antico e nostalgico. Viva il Parlamento. Viva il Re. © RIPRODUZIONE RISERVATA