Parte la seconda giornata del progetto digitale «Lo Cunto de li Cunti» di Bauduin e The Beggars' Theatre

Mercoledì 25 Marzo 2020
Al via domani, giovedì 26 marzo, la Seconda giornata del progetto digitale di Mariano Bauduin dedicato al Pentamerone di Giovan Battista Basile dal titolo “Lo cunto de li cunti – nella città di Napoli durante la terribile pandemia dell’a.d. 2020”.

Il progetto, partito sabato 14 marzo e che ha già raggiunto più di 10 mila visualizzazioni, consiste nella realizzazione - con i mezzi casalinghi a disposizione di ognuno degli artisti coinvolti - di video racconti dell’intero Cunto de li Cunti. Ogni sera il video della giornata è pubblicato alle 20.30 sui canali Facebook, Instagram e Youtube del The Beggars’ Theatre e sulla pagina Facebook dell’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli.
 
La seconda giornata prevede, nell’ordine, gli interventi di: Enrico Vicinanza, Sergio Del Prete, Patrizia Spinosi, Matteo Mauriello, Fabio di Gesto, Giuliana Carbone, Francesca Morgante, Francesca Fedeli, Elisabetta D’Acunzo, Chiara Di Girolamo, Gaetano Amore.
 
«La nostra esperienza de Lo Cunto de li cunti sta recuperando un’antica prassi che nel teatro napoletano avveniva per consuetudine, specie nelle compagnie a conduzione capocomicale, come quella dei De Filippo, del De Muto – spiega l’ideatore del progetto Mariano Bauduin -. Attraverso la narrazione della fiaba avviene il trasferimento dei saperi.  Sono molto soddisfatto del fatto che per questa Seconda giornata di Cunti, si siano cimentati i giovani artisti che si stanno formando al Beggars’ Theatre, i quali stanno ricevendo, da mani sapienti e con maggiore esperienza alle spalle, un insegnamento che ci consente di continuare il nostro lavoro di “accademia” virtuale, consentendo la prosecuzione delle trasmissioni dei saperi, senza interruzione.

Così il teatro, o l’arte della narrazione in questo caso, non si arresta ma, partendo dalla condizione in cui si trova, utilizza antiche prassi per consentire l’accrescimento culturale. Credo che in questo momento sia necessario ritrovare questi saldi e gentili principi, per poter ritornare alla nostra normale vita uniti e non precipitosi o affamati di rimediare una pepita d’oro nel fiume di una nuova e pericolosa patrimonializzazione degli spazi culturali del nostro paese».

«Mi sono sempre domandato perché il Basile, approfondito conoscitore del già imponente lavoro boccaccesco del Decamerone, non avesse avuto la brillante idea di tradurre in napoletano l’Opera; in fondo, a Napoli, era una prassi abbastanza consueta e con pregiatissimi esempi.

In effetti, anche se non ne fu fatta una traduzione, ne è chiaro l’altissimo riferimento che il Basile volle avere al Boccaccio.  Infatti, avvedutamente, sono state sostituite le leggiadre giovani narratrici delle dieci giornate boccaccesche con dieci laide vecchie bavose, gobbe, gozzute, sciancate, a evidenziare la contrapposizione intenzionalmente parodistica del linguaggio, così com’è nel costume letterario di Napoli. Eppure, ciò non toglie che la prassi fosse più che diffusa, e non solo in Italia; da un attento studio fu evidenziato che il Boccaccio stesso, venuto a Napoli in studio, trovò nella libreria di Re Roberto un volume di novelle, si trattava del Panciatantra, un’opera consistente in cinque volumi di novelle intercalate da componimenti poetici di carattere proverbiale. L’originale redatto in sanscrito risultava tradotto in arabo. Con ogni probabilità, il Boccaccio ne fece una versione in latino, da cui, forse, partorì la struttura del Decameron. Ne deriva evidente come le culture narrative, spesso, si siano vicendevolmente influenzate e contaminate. Sia in un verso che nell’altro.

Ciò che ci rende orgogliosi della nostra iniziativa è il fatto di aver messo in evidenza come la società abbia bisogno di essere messa in stretto rapporto con le proprie radici mitiche. Già V. Propp nel suo libro sulle Radici storiche dei racconti di Fate aveva notato la forte connessione delle favole con il mondo “primitivo”; da suddetto mondo, sempre secondo il Propp, ne scaturisce la rilevante funzione sociale della fiaba, che risulta essere ben diversa da quanto avviene per il “mito”. Sarà Claude Levi-Strauss ad approfondire tale aspetto, distaccandosi notevolmente dalle teorie proppiane. La fiaba narra quel che un tempo “si faceva” e nell’ordine esatto in cui “si faceva”, vale a dire che le favole avevano un’importantissima funzione rituale, a tale funzione abbiamo creduto dover riferirci in un momento storico in cui Rito sociale, Rito Collettivo, Rito storico dovrebbero risvegliare in noi il senso e il valore di “comunità” che, forse, potrebbe aiutarci ad uscire da questa profonda crisi globale, la quale non può ridursi alla sola comparsa di un “virus sterminator” , bensì a un crollo di importanti valori sociali e collettivi».
  © RIPRODUZIONE RISERVATA