La demagogia da destra a sinistra

Sabato 10 Febbraio 2018 di Paolo Macry
​Da dieci giorni la politica italiana è ostaggio di Pamela Mastropietro e Luca Traini. Cioè di una ragazzina il cui corpo viene orrendamente macellato dopo una morte violenta. E di un geometra di Macerata affezionato al Mein Kampf che, per vendicarla, se ne va in giro sparando sui neri. Un fatto di cronaca nera e un episodio di razzismo. Criminalità comune e criminalità ideologica. Eppure è la storia incrociata di Pamela Mastrogiacomo e Luca Traini che, in questa delicatissima fase pre-elettorale, sta monopolizzando l’agenda politica. 
Dimenticando dall’oggi al domani il debito pubblico, il lavoro, le tasse e perfino i vaccini e la corruzione, destra e sinistra si sono precipitate come un sol uomo sui fatti di Macerata. Golosamente. Impudicamente. Con l’arma letale della generalizzazione (che fa rima con banalizzazione).
Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno collegato la fine atroce della ragazza al fenomeno migratorio. Come se le cifre confermassero in alcun modo simili affermazioni. Ma contando su quella percezione che, fomentata proprio da formazioni come la Lega e FdI, addebita l’insicurezza nelle città alla presenza degli extracomunitari. La sinistra “estrema”, per parte sua, ha colto al balzo la sparatoria del giovane marchigiano, fino a farne il segnale di un’ondata di razzismo e di fascismo nel paese. E chiamando alla rituale manifestazione (antifascista e antirazzista). 
Ma che si tratti di manipolazioni politiche ad uso pre-elettorale è fin troppo chiaro. All’unisono, destra e sinistra hanno polemizzato aspramente con il governo e con il Pd. Al Pd i neonazionalisti hanno rimproverato le politiche migratorie, ignorando che la filiera di errori che le ha caratterizzate è patrimonio comune agli esecutivi degli ultimi vent’anni. E sempre al Pd, dall’altra parte, la sinistra ha rinfacciato con toni sdegnati la risposta a suo avviso troppo debole al cosiddetto pericolo fascista. La conseguenza è che il governo si trova oggi stretto in una tenaglia di accuse opposte. Troppo debole di fronte alla minaccia dei migranti, per gli uni. Troppo debole di fronte alla minaccia dei neofascisti, per gli altri. 
E, con ogni evidenza, riportare con i piedi per terra l’allarmismo xenofobo e l’allarmismo democratico non è una buona idea. Anche i commentatori più pensosi sembrano ritenere che tutti e due i fenomeni abbiano evidenze indubitabili e che quindi la polemica che monta da destra e da sinistra non manchi di buone ragioni. Ma siamo sicuri che le evidenze siano indubitabili? Che il sentimento di insicurezza tra la popolazione nasca dalla concreta esperienza dell’”invasione nera” e non dalla bolla mediatica che la ripete ossessivamente cento volte al giorno? Che le gesta fortunatamente isolate di Traini segnalino il ritorno di funeste ideologie novecentesche e possano configurarsi addirittura come un pericolo per la democrazia? Ed è ragionevole accostare i difficili problemi della mescolanza culturale nelle periferie delle città inglesi o francesi al contesto della provincia italiana? O l’avanzata dell’estrema destra tedesca al protagonismo di frange ultraminoritarie come CasaPound? 
L’impressione è un’altra. E suggerisce che l’opinione pubblica assomigli sempre più a un covone di umori grigi e ansie anonime, che è fin troppo facile incendiare con il classico fiammifero. A una terra riarsa dalla siccità della politica, dove il primo alito di vento riesce ad alzare polveroni impenetrabili come la nebbia in Val Padana. A una democrazia rappresentativa, insomma, che appare fragilissima perché altamente infiammabile, cioè altamente manipolabile. Dubbi e presentimenti, questi, che non risolvono i nodi in questione, ma forse aiutano a mettere il dito nella piaga delle responsabilità. Le quali non sono soltanto dei soggetti politici “manipolatori”, né soltanto di un apparato mediatico spregiudicatamente a caccia di audience, ma anche di quanti, avendo governato il Paese, non hanno prestato la dovuta attenzione al montare di uno spirito pubblico complicato e ipersensibile. E con ciò bisogna intendere non soltanto un colpevole deficit nel controllo della legalità e nell’affermazione dello Stato, come lamentava ieri sul Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia. Ma anche l’incapacità di proporre modelli culturali (starei per dire antropologici) di etica liberale, come l’imparzialità degli istituti pubblici, la disponibilità di ascensori sociali universali (le pari opportunità), la promozione della conoscenza, la meritocrazia. E cioè tutto quel che potrebbe sollecitare efficaci anticorpi al malessere generico su cui prospera la demagogia di destra e di sinistra. Tenendo a mente che poi, quando il covone si è fatto troppo grande, diventa arduo impedire che qualcuno pensi di dargli fuoco.  © RIPRODUZIONE RISERVATA