Napoli, il cimitero e la burocrazia che annienta la pietas

Lunedì 17 Gennaio 2022 di Piero Sorrentino

Prima ancora della nascita di Roma, gli antichi etruschi avevano l’abitudine di contare i loro giorni per mezzo di una pratica affascinante. Si sceglieva il più vecchio della comunità, e sulla base di quanti anni questi vivesse, tanto durava il secolo. In questo modo, i morti recenti segnavano le ore dei viventi. A ogni nuovo ciclo, il “secolo etrusco” durava quanto il più longevo dell’ultima generazione di defunti. Era un modo poetico e commovente per dire: ecco, chi tra noi scompare lascia un segno profondo su chi resta, ne marca il tempo, ne batte le ore. Il nostro calendario trova forma sulla fine della vita di chi c’è stato prima di noi. Qualsiasi cosa accada, è da lì che tutti noi ripartiamo: da quanto si è spinta in avanti quella vita e dal rispetto profondo che portiamo per la sua morte.

Quello che sta accadendo in questi giorni al cimitero di Poggioreale – il divieto della magistratura di coprire le salme dopo il crollo, nella notte del cinque gennaio, di un’ala dell’edificio dell’arciconfraternita dei Dottori e di san Gioacchino – sembra assumere la forma di un altro calendario, speculare e opposto a quello etrusco. 
Laddove gli antichi abitanti della penisola italica contavano il proprio tempo sui morti, noi contemporanei stiamo facendo scontare ai morti il nostro tempo di incuria, di burocrazia e di lentezze. Se quei morti davano senso e forma alla comunità, la nostra comunità sta dando a questi morti esposti insensatezza e deformità. Ed è qualcosa che ci scaraventa di colpo e daccapo al conflitto tra legge e rispetto per i defunti di cui l’Antigone di Sofocle resta il paradigma eterno di riferimento. 

Il passaggio in cui Sofocle si riferisce alla “legge non scritta” ha a che fare esattamente gli onori da tributare a qualsiasi corpo. Non si può trattare il cadavere di un caro scomparso – il cadavere di chiunque, anzi, anche dell’assediante Polinice, nemico di Tebe – come qualsiasi altra cosa, dice il poeta tragico greco.
Lo si seppellisce, lo si cura prima di metterlo in un sarcofago, gli si dà fuoco su una pira funebre. Poco importa qual è il modo. Ma, semplicemente, non lo si tratta come un oggetto fra gli altri. E allora, inutile dirlo, giusta e doverosa è l’azione della magistratura. Irrinunciabile è l’inchiesta. Indispensabile è l’accertamento delle responsabilità e necessaria è la garanzia di sicurezza dell’area.

Di questo incredibile crollo bisogna scrivere al più presto la pagina relativa a colpe e responsabilità. Ma un rettangolo di tessuto, qualche metro di telo o qualsiasi cosa possa assumere la veste e la funzione di mano pietosa che copre i resti esposti, a questo gesto primario che tocca la radice della nostra condizione umana, no, davvero sembra inspiegabile dover rinunciare. La pietà per quei corpi è il sentimento profondo che ci costituisce in quanto viventi, e dunque custodi e protettori di quei morti che non possono più proteggersi da soli. Non è solo il messaggio che ci consegna la tragedia classica, assieme a Omero, Giambattista Vico, Foscolo, Leopardi e a tutta la grande letteratura che ci parla, da sempre, del necessario rispetto dei vivi per i morti.

È qualcosa di dovuto a quelle famiglie, a quei genitori, figli, sorelle e fratelli caricati del peso enorme dell’angoscia delle immagini torturanti dei loro cari, di ciò che di loro resta, esposti alla pioggia, al freddo, al sole e agli animali. Non è vero che quelle persone sono morte due volte.

Rischiano di morire ancora, e ancora, perché se è vero che i morti vivono nei pensieri dei vivi, devono trovare un ambiente pulito anche soltanto nell’immaginazione e nel ricordo di chi resta.

È a questo che la Procura potrebbe consentire, alla messa in sicurezza dei pensieri, assieme a quella dei luoghi. Sarebbe un bellissimo gesto. In alcune ricerche i paleontologi hanno rintracciato, in numerose tombe preistoriche, la presenza di pollini fossili.

Perché? Facile. Perché già i nostri lontanissimi antenati deponevano fiori sui cadaveri. Forse per profumarli, forse per accompagnarli. 

Delle loro reali intenzioni non sapremo mai. Ma quali esse fossero, quei fiori erano in fondo nient’altro che una coperta, un manto di protezione e di rispetto.

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