Il destino di Maya ​e la mobilità senza regole

Lunedì 10 Agosto 2020 di Piero Sorrentino
L’emozione è forte, e ci mancherebbe che fosse altrimenti. A 15 anni, quelli che aveva Maya Gargiulo, la vita non è neppure cominciata. Abbiamo avuto 15 anni, oppure abbiamo figli, fratelli, nipoti di quell’età: sappiamo o possiamo immaginare quanto sia ingiusto, doloroso, irricevibile. Questa è la tragedia perfetta, la tragedia di tutti: della giovane uccisa e della sua famiglia, del giovane alla guida e della sua famiglia. C’è una inchiesta appena iniziata, c’è un giudice che dirà come sono andate le cose. Ci sarà tempo per decidere se parlare di destino o responsabilità, Fato o Colpa. Per il momento, l’unica cosa da fare è restare zitti e avere compassione per tutti, o forse, ancora meglio, pietà per tutti: perché solo la pietà resta alla fine delle lacrime. Non la rabbia, non il giustizialismo idrofobo dei social network, non le condanne preventive o i linciaggi a prescindere, non i processi sommari contro gli adolescenti imprudenti o i giovani guidatori spericolati o sotto effetto di sostanze stupefacenti.

La litania dei commenti da bar è stancante, le etichette pronte da attaccare sono una ulteriore violenza che dovremmo sforzarci di non infliggere. I giovani d’oggi sono imprudenti. Gli adolescenti non hanno il senso del pericolo. Che ci facevano in giro a mezzanotte? I ragazzi al volante sono tutti ubriachi o drogati. Eccetera. Per carità, fermatevi. Mettetevi in ascolto di un dolore così grande, se potete, e restate in silenzio.
Ma se sull’incidente mortale di piazza Carlo III dobbiamo restare in silenzio, su quello che Leonardo Sciascia chiamava “il Contesto” non dobbiamo smettere di parlare nemmeno per un minuto. E quando si parla di strade e sicurezza a Napoli, il Contesto fa tremare le vene e i polsi. Perché quello cittadino è uno scenario da incubo. Lo sanno tutti. I pedoni. I ciclisti. Gli scooteristi. Gli automobilisti. Gli autisti di bus e furgoni.

Circolare per le strade di Napoli – a piedi o con un qualsiasi mezzo di locomozione – è una esperienza spesso terrificante. È un’operazione che richiede l’esercizio costante dell’attenzione, della prudenza, della capacità di fare previsioni sul comportamento degli altri. Bella forza, dirà qualcuno: non è così per qualsiasi contesto urbano mondiale? Certo che sì, ma a Napoli più che altrove, perché troppo potente da fronteggiare per una persona normale che voglia tenere comportamenti normali è il mix di strafottenza, arroganza, disinteresse per le regole, furbizia, prepotenza che ogni giorno inonda le strade della città. E sempre troppo piccola, minuscola, ininfluente è la pattuglia di vigili urbani o forze dell’ordine chiamati a contrastare un vero e proprio esercito sparso dappertutto in ogni strada, piazza o vicolo. Chi esce di casa, a Napoli, sa che in ogni momento potrebbe succedergli qualcosa. E sa che allo sprezzo totale di qualsiasi forma di regola da parte di moltissime persone va aggiunto un secondo, pericolosissimo elemento: la manutenzione inesistente delle vie urbane. A Napoli una quantità enorme di zone è illuminata male o per nulla illuminata. Incalcolabile è il numero delle strade dissestate, delle buche – piccole o grandi, minime o profondissime –, dei cartelli stradali invisibili a causa di piante e alberi non potati, della segnaletica orizzontale cancellata dal tempo e dalla mancata manutenzione, dei semafori spenti o malfunzionanti.

Per ogni incidente con morti o feriti, a Napoli, ce ne sono decine – forse centinaia, probabilmente migliaia, è impossibile chiedere questo dato alle statistiche – di sfiorati o evitati solo all’ultimo istante. Per ogni persona che muore o va in ospedale, c’è un numero enorme di fortunati che se la cava per puro destino, che torna a casa sulle sue gambe solo perché gli è andata miracolosamente bene. Tutto questo è giusto? Ci sta bene? Siamo a posto così? Abbiamo deciso che, in fondo, è accettabile pagare il prezzo di un rischio così alto per usufruire dei – pochissimi e relativi – benefici della circolazione stradale di una grande città? Probabilmente no, non ci sta per niente bene e no, non siamo affatto a posto così. Per morire di meno, per ferirsi di meno, è fondamentale la buona educazione alla guida, la prudenza e il rispetto del codice della strada, ma sono aspetti sui quali è difficile intervenire nell’immediato. Qui e ora, invece, si può e si deve lavorare a partire dalla condizione delle strade, dalla loro manutenzione, dalla cura. Come per gli incidenti aerei, bisogna imparare dagli errori di quello precedente affinché quello successivo non capiti: perlomeno non nelle stesse modalità e nei medesimi termini dell’altro. Un esempio piccolo, ma tristemente indicativo? Sotto casa mia c’è un incrocio. Un normale incrocio, come ce ne sono tantissimi. Un incrocio con un segnale verticale di stop che di notte non è illuminato, e infatti non si vede. In quell’incrocio – i residenti lo sanno benissimo – si registra all’incirca un incidente a settimana. A volte anche due. Incidenti abbastanza seri, spesso molto seri, a volte serissimi. I vigili urbani arrivano regolarmente. Fanno i rilievi. Registrano i dati. Compilano diligentemente i verbali con le dichiarazioni degli automobilisti o motociclisti coinvolti. Poi arrivederci a tutti. Così da anni. Da anni quello stop resta pericolosamente al buio, benché tutti sappiano quanto sia pericoloso. Nessuno, dal Comune o dalla Municipalità, è mai venuto a installare uno straccio di luce, un segnale lampeggiante, un catarifrangente. Noi intanto siamo qui ad aspettare il prossimo terribile rumore di lamiere accartocciate, che certo arriverà. © RIPRODUZIONE RISERVATA