Maradona grande come Alì:
il campione eroe dei poveri

Giovedì 26 Novembre 2020 di Marco Ciriello
Maradona grande come Alì: il campione eroe dei poveri

Lo abbiamo visto grasso e cadente, ma non lo vedremo vecchio. Per quante volte avesse sfiorato questo giorno, nessuno pensava che potesse arrivare. Maradona è morto, e con lui una parte del mondo, quella più eversiva, quella più caciarona e insorgente, quella lamentosa ai limiti dell'antipatia, ma anche quella dello stupore di mille carnevali di Rio e tutti con un pallone e un piede solo: il sinistro. La contabilità meschina del tempo contro la quale si è battuto per 60 lunghi anni tutti vissuti in larghezza e dribbling ha avuto la meglio: mito e corpo si sono separati, nello stesso giorno di George Best e Fidel Castro, disegnando una galassia d'opposizione. Tutti i luna park del mondo, i bordelli, le piazze e le arene abusive dove un qualunque essere si stia scontrando con un altro: sono in silenzio, un lungo silenzio che si porta dietro la gioia che ci ha regalato. Si è logorato restando fedele a sé stesso. 

È divenuto l'eroe dei poveri, a Baires e a Napoli, meno a Barcellona che non lo ha amato. In questo triangolo di città s'è consumato il suo regno, con la sola eccezione della battaglia dell'Azteca. Ma per capire la sua grandezza bisogna aver visto la sua casa di Villa Fiorito, col fango a terra e il cancello traballante e gli spazi che sono meno d'una area di rigore. Diego era lontano da tutto, ed è rimasto lontano da tutti anche quando ad abbracciarlo erano in milioni, riuscendo ad essere un imperatore bambino, un re del mondo senza mai dimenticare la povertà. Un paradosso continuo, incongruente, incostante, traditore ma sempre e solo di sé non degli altri, non delle loro cause. Anche negli ultimi anni quando balbettava e aveva lo sguardo perso, quando finalmente mostrava a chi lo ha odiato e ora già si sta rimangiando quell'odio la debolezza, che non s'era vista nemmeno da grasso come una figura di Botero o drogato, arrestato, rinchiuso in carcere e manicomio, aveva sempre qualcosa di grandioso, una concessione allo stupore. Perché tutta la vita di Maradona è stata una lunga costante concessione allo stupore. 

 

Tutti i paragoni vanno fatti fuori dal calcio, con Simón Bolívar e José Francisco de San Martín, un po' napoleonico e un po' kennedyano, perché Maradona non è stato solo un calciatore, è stato anche un calciatore, e chi non l'ha capito ieri lo capirà domani, si è iscritto ai grandi argentini che si fanno onore nel mondo divenendo icone, esempi, musical, film, statue, come Ernesto Che Guevara, Evita Perón, Carlitos Gardel e Jorge Luis Borges, pur restando profondamente nelle radici argentine diventano patrimoni del mondo. Maradona poi è sempre apparso un prescelto più di Neo di Matrix, quando già giovanissimo dichiarava i suoi intenti palleggiando, quando anni dopo a Mar del Plata filmato da Kusturica col meglio della classe dirigente sudamericana Chávez, Lula, Morales si opponeva a Bush, come se fosse il presidente degli Stati Uniti dell'America Latina. È sempre stato oltre, il bene, il male, il calcio, la politica, grondando epica, dimostrando che dalla normalità si poteva anche guarire. Poi sono arrivati i campi, è arrivato l'Argentinos Juniors e poi il Boca con il rifiuto del River Plate, è da quella scelta che comincia tutto, è da lì che Maradona non è un caso che Osvaldo Soriano lo telegrafasse a Giovanni Arpino diventa Maradona dicendo no ai soldi in nome dei sentimenti (suo padre tifava Boca non River) scegliendo una appartenenza, qualcosa di prossimo alle sue idee, è stato il giocatore che ha fatto meno calcoli in campo e fuori, con la palla e anche con le mani.

Si è opposto al peggio del calcio, e se non si fosse anche drogato regalando un enorme vantaggio ai suoi numerosi nemici, avrebbe vinto tre mondiali e non uno solo, seppure segnando quello che è il più bel gol del secolo, dribblando l'Inghilterra come e più dei Sex Pistols e dei Clash, riscattando la guerra delle Malvinas con un gol irrisione di pugno che fece dannare quel grand'uomo di sir Bobby Robson che allenava gli inglesi ma che poi lo riconciliò col calcio mettendogli a sedere la squadra e dimostrandogli che poteva fare quello che voleva col pallone, la finale con la Germania fu un dettaglio, con un lancio senza guardare a Burruchaga. Maradona nella stagione 1986-87 fu imprendibile più del solito, per chi lo inseguiva e per chi lo amava, per chi voleva che giocasse e per chi sperava che non si presentasse, e in questo caos danzante generò anche il primo scudetto del Napoli. Ancora una volta il sud del mondo, ancora una volta dando la gioia a chi sembrava che non potesse permettersela, come aveva fatto con l'Argentina al mondiale, il delirio post maradoniano di calciatore è sotto gli occhi di tutti, si sono bruciati giocatori che nei singoli club hanno regalato trofei a ripetizione, senza mai eguagliare le sue imprese: da Riquelme a Messi passando per Tevez. Con Maradona non contava il quanto, ma il come. Maradona è un prodotto hemingwayano, un superuomo, un supercalciatore, un supertutto, che riscrive le biografie anche dei difensori che dribbla, dei portieri ai quali segna, figurarsi dei compagni di squadra. 

 

Una esagerazione, una follia a getto continuo. Era impossibile stargli dietro, marcarlo, figurarsi capirlo. Ha sperperato il suo corpo e il suo talento, e mille volte l'ha recuperato. È andato in riserva tutte le volte che poteva, ha bruciato Ferrari e amori, famiglie e squadre, occasioni e gol, ma non ha mai smesso di essere fedele a se stesso. Persino mentre lo arrestavano, riuscì a dire al poliziotto che lo ammanettava e che pensava di umiliarlo dicendogli Eri l'eroe di mio figlio, la migliore battuta possibile, cioè quella di Maradona: l'eroe di tuo figlio sei tu. Ecco, Maradona ha sempre avuto ben precisi i suoi compiti, persino quando invadeva i pensieri di tutti quelli che lo guardavano, ascoltavano o insultavano. Un altro così, ma con più mitezza è stato Ayrton Senna, un altro ancora ma con più rabbia è stato Muhammad Ali. Erano sportivi con il popolo alle spalle, non il tifo, attenzione, il popolo, anche chi non si interessava di automobilismo, di boxe o di calcio riconosceva loro un ruolo, extrasportivo: portavano il fuoco, per dirla con Cormac McCarthy. E quanto fuoco ha portato Diego sui campi: piccoli, grandi, fangosi, infimi, elegantissimi, su erba e terra, acqua e polvere, era sempre lui, qualcosa di oltre-divino prestato al gioco.

Ogni volta che toccava il pallone sembrava che dovesse succedere una rivoluzione, che il tempo rallentasse e che tutti avessero una speranza, soprattutto quelli che normalmente di speranza non sentivano nemmeno parlare. Maradona, e Napoli lo sa bene, ha usato il suo corpo fino allo stremo, per opporsi alle ingiustizie e ai vincenti: a Blatter, alla Juventus, al Real Madrid, al River Plate, alla Germania, all'Italia, al Brasile, agli Stati Uniti, alla Fifa, e a tutti quelli che non sanno bene cosa vuol dire perdere per una vita intera. Vivendo in uno stato febbricitante come quello di Gianmaria Volonté in Per un pugno di dollari di Sergio Leone, un po' demone un po' bandito, ma stavolta dalla parte del bene.

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Estela Carlotto la leader delle nonne di Plaza de Mayo mi raccontò la sua felicità durante un Primo maggio a L'Avana quando scoprì che il calciatore non solo conosceva la sua storia, ma lasciava i giornalisti che aveva intorno, il codazzo di amici, per correre a renderle omaggio, sciogliendola ed euforizzandola; ed è curioso che nella scala d'importanza della signora Carlotto, lei si collocasse dopo Maradona all'interno della storia argentina, sicuramente un eccesso di umiltà, ma anche una spia dell'importanza del calciatore.

Maradona è stato uno spasso, perché si è sempre portato dietro una capacità unica di trasformare la realtà collettiva degli stadi dall'ostilità al consenso, re assoluto ma è anche giullare, liquidando ogni accusa con un sorriso e un palleggio. È stato un'assoluzione continua, oscillando da un ossimoro all'altro, con la capacità di esercitare il potere rifiutandone le strutture, vivendo in un continuo impulso anarchico che però, uscito dalle aree di rigore, ha sbandato non poco: in panchina e in tribuna. Ma sempre con generosità. Maradona ha esercitato la funzione da rapper alla Muhammad Ali con una ricerca di bersagli da colpire senza mai sottrarsi a giudizi, alle prese di posizione con una lunga lista di amici e nemici, che poi in fondo nemici proprio non erano, ma solo strumenti perfetti per continuare ad essere Maradona, come gli avversari, le porte, la palla.

 

La capacità di Maradona di egemonizzare le scene è stata pari a quella che aveva un tempo di andare in porta col pallone, con una semplicità e una calma che ne segnavano la soprannaturalità. Maradona è l'uomo a più dimensioni, quello che si è articolato fuori dagli schemi, che si è stagliato su tutti, in una separatezza totale dagli altri, il tempo che ha vissuto, e il muoversi e pensare (calcisticamente parlando). Maradona ha negato la razionalità, quasi sempre, se ne è fatto gioco, poi anche miracolo. Ha avuto la fortuna di accorgersene, pensando a tutto quello che è stato capace di combinare, senza mai fare calcoli, senza mai pensare di assicurarsi qualcosa, solo continuando a essere quello che è sempre stato: un bambino infinito. Anche quando ha smesso Io sono sporco, la palla no ha cercato in ogni modo che il gioco durasse, che la giostra girasse, perché sapeva cosa c'era intorno.

C'eravamo noi, che ora abbiamo gli occhi pieni di lacrime i pensieri confusi con i gol, la sua voce che rimbomba, e il suo corpo che domina la palla e quello che c'è dietro. Maradona è stato, è e sarà il calcio, chiunque toccherà il pallone in qualunque parte del mondo non potrà far a meno di evocarlo, ed evocandolo di farlo tornare. Il suo assentarsi è tutto un restare qua, in ogni campo del mondo, dall'Africa al Sudamerica a Scampia, dove è sempre stato.

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