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A Mariupol resort e yacht, il progetto russo per la città che doveva restare segreto

Venerdì 20 Maggio 2022 di Marco Ventura
Resort e yacht a Mariupol , il progetto russo per la città che doveva restare segreto

Le acciaierie Azovstal completamente rase al suolo. Al loro posto, un avveniristico parco tecnologico e una ridente area residenziale, come fulcro di una rinata città-resort di Mariupol sul Mar d’Azov, con tanto di strutture alberghiere nuove di zecca costruite sulle macerie delle case di 85mila abitanti, senza tetto dopo il martellamento bombarolo e incendiario dell’esercito di Putin. Un mega-progetto che dovrebbe trasformare la città-porto ucraina in un immenso villaggio turistico da fare invidia perfino ad alcuni agglomerati costieri della vicina Crimea. E tutto, ovviamente, su quel suolo, in quei quartieri irriconoscibili, in cui sono morti, secondo le stime di Kiev, 23mila civili. Dai teatri rifugio segnati dalle scritte “bambini” che sono servite da bersaglio per il mirino degli invasori, agli ospedali teatro della narrativa di Putin che voleva fosse una messinscena la teoria di barelle con le puerpere insanguinate. Cadaveri, spesso, sepolti nelle piazze diventate cimiteri a cielo aperto, con la terra smossa e i ceppi storti, le fosse comuni ancora da scavare, magari molte da scoprire quando si getteranno le fondamenta degli hotel per i moscoviti della classe media, certo non gli oligarchi.

Possibile? Possibile. Parola di Denis Pushilin, capo della sedicente e autoproclamata Repubblica indipendente di Donetsk, che in un discorsetto nel Giorno della Vittoria ai superstiti di Mariupol ha dato un quadro surreale di ciò che li aspetta. «La Russia è qui per sempre, e voi finalmente siete a casa. Adesso questo è territorio della nostra Repubblica. Nessuno ci toglierà più questo diritto. Abbiamo la forza, le opportunità, il supporto del Paese più grande e più bello del mondo, la Russia. L’idea è quella di trasformare Mariupol in una città-resort, cosa che non era stata possibile prima». 

Ma sì, in fondo, spiega Pushilin, l’acciaieria aveva avuto «effetti negativi sull’ecologia della città stessa e delle acque costiere. Senza più l’Azovstal, ne faremo un grande resort», che porterà un sacco di posti di lavoro. Peccato che in queste ore gli abitanti di quella che fu Mariupol, circa 170mila ossia meno della metà di quelli censiti, sono concentrati nella ricerca dei beni elementari: cibo, acqua, medicine. E peccato che molti dovevano la serenità sul lavoro e i soldi per mantenere la famiglia all’impianto Azovstal, all’indotto e al porto. Il ciclo metallurgico completo occupava 10mila persone, attirando miliardi di dollari di valuta pregiata straniera, e il gettito fiscale, con la produzione di 7mila tonnellate di acciaio, 6 milioni di tonnellate di ferro e 4.5 milioni di metallo laminato. 

Di Mariupol, ormai, è possibile fare ciò che si vuole, visto che oltre il 60 per cento degli edifici è un cumulo di detriti. Ma c’è una logica perversa e dichiarata delle forze occupanti. Il nuovo Consiglio cittadino ha paura che presto spuntino all’orizzonte le forze di “de-occupazione”, e allora perché non scoraggiare da subito gli ucraini in cerca di rivincita, rendendo la città non più economicamente appetibile? Un’acciaieria di 11 chilometri quadri e un porto collegato valgono meno di un mega-villaggio turistico. Certo, lo zelante Pushilin tace sulle conseguenze che la guerra ha prodotto e ancora potrà provocare sull’ambiente del Mar d’Azov, profondo al massimo 14 metri e caldissimo (l’acqua fino ai 26 gradi), tanto da farlo decantare dai depliant turistici di Mosca come “i nostri Caraibi”.

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Le agenzie ucraine calcolano che soltanto nell’ultimo mese i russi hanno sganciato su Mariupol bombe equivalenti a 714 tonnellate di tritolo, e a detta del Sindaco ucraino (sfollato) della città, Vadym Boichenklo, nelle viscere di Azovstal c’è una bomba ecologica che potrebbe esplodere da un momento all’altro; nei sotterranei sono presenti «condutture che contengono decine di migliaia di tonnellate di acido solforico, che se dovessero riversarsi nel mar d’Azov ucciderebbero fauna e flora acquatiche per confluire poi nel Mar Nero e di qui nel Mediterraneo». Estremamente velenoso, con un caratteristico odore di uova marce. Ad alte concentrazioni questo acido può paralizzare i nervi olfattivi. 

 

Esagerazione mediatica? Forse, ma intanto sarà difficile per gli agenti turistici esaltare l’aria salubre dell’Azov post-bellico, quel mix (si legge nei siti di promozione del tempo libero russi) di iodio, bromuro, minerali e oligoelementi, generato dall’evaporazione attiva dell’acqua, un cocktail che «può avere un effetto curativo generale». Il boss di Donetsk russa non ha dubbi che l’economia della costa possa decollare come un missile, anche perché i mancati introiti dell’acciaieria saranno compensati, nei sogni di Putin, dalla vendita agli ucraini, cioè ai legittimi proprietari, dell’elettricità prodotta dalla centrale nucleare occupata poco più a nord, Zaporizhia. 

La beffa, oltre al danno, coronata dal referendum che già si prepara nella contigua cittadina di Enerdhodar, per l’indipendenza ed eventualmente l’annessione alla Federazione russa. Marat Khusnullin, vice-premier russo, ha annunciato infatti che la centrale lavorerà d’ora in poi “esclusivamente” per la Russia, ma venderà all’Ucraina. Che quindi, almeno implicitamente, perfino nelle sue parole è destinata a restare uno Stato indipendente. Bontà sua. A Vukovar, città martire della Croazia, i serbi che l’avevano rasa al suolo e conquistata organizzavano tour turistici laddove le bombe dell’assedio avevano ucciso donne e bambini. Ma la guerra, oggi in Ucraina, supera ogni volta sé stessa quanto a paradossi di feroce sarcasmo. 

Ultimo aggiornamento: 13:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA