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GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni, la leader di Fdi si prepara al tour dai leader europei

Giovedì 4 Agosto 2022 di Mario Ajello
Giorgia Meloni, la leader di Fdi si prepara al tour dai leader europei

Sarà uno dei primi impegni da presidente del consiglio, se il centrodestra vincerà e se lei andrà a Palazzo Chigi. Si tratta del viaggio autunnale di Giorgia Meloni presso le principali cancellerie europee. L'occasione per presentarsi a Scholz e a Macron - e già ci sarebbero i primi contatti per il grand tour - e soprattutto per dire loro: questa è la mia idea di Europa, dell'Italia nel quadro continentale e della Ue non come semplice esecutrice ma come partner privilegiato degli Stati Uniti. Saranno eresie alle orecchie dei colleghi socialdemocratici (il cancelliere tedesco) e liberal-progressisti (l'inquilino dell'Eliseo)? 

Macché, sono convinti in Fratelli d'Italia che tra la nuova destra di governo italiano e questi partner internazionali il linguaggio possa somigliarsi. E non solo - ecco il punto cruciale del viaggio di Giorgia - per quanto riguarda la comune convinzione che non si debba tornare alle asfittiche culture dell'austerità ma anche per la visione di Europa che ha la Meloni e che, a cominciare da Macron, sta prendendo sempre più piede. Quella del grande progetto un'Europa confederale, nella quale i temi generali si affrontano insieme - per esempio la necessità di un esercito comune - e allo stesso tempo si conservano però le identità e il ruolo degli Stati nazionali, che sono il fondamento dell'Europa e dell'Occidente. Macron ormai in modalità svolta gollista sente questo approccio esattamente come proprio e della tradizione politica nazionale a cui fa riferimento. Insomma, tra la destra, il centro e la sinistra possono trovarsi - questa la scommessa della Meloni - in un visione del Vecchio Continente condivisa almeno nelle linee di base. Non si tratta allora di chiedere legittimazione agli altri, ma di trovarsi con loro - in FdI tengono molto a questo punto - sul significato e sul ruolo che la Ue può e deve avere. 

Affrontare adesso, in piena campagna elettorale, un viaggio di questo tipo diventerebbe più che altro un'operazione di captatio benevolentiae improbabile e a forte rischio flop, dato che i governi tedesco e francese certamente non fanno il tifo per la destra italiana. Ma una volta che a Palazzo Chigi ci sarà, se ci sarà, una premiership molto votata, la carta italiana per ridisegnare l'architettura europea insieme ai colleghi di Berlino, di Parigi e delle altre capitali è assai giocabile e quasi naturale che venga giocata. Sempre osservando lo stile politico che la Meloni sta cercando di dare alla sua campagna elettorale e che è arci-convinta di voler adottare nel caso andasse a Palazzo Chigi. Sono due le parole-chiave di questa prova di vittoria prima e dopo il 25 settembre: verità e serietà. «Non dobbiamo raccontare balle e sparare promesse a vanvera e dobbiamo trasmettere la sostanziosa impressione di essere persone serie perché lo siamo». Così Giorgia. E dunque, proposte misurate per risolvere i problemi e non sparate stile dentiere gratis (Berlusconi) o salvinate varie. «Il realismo è parte integrante del conservatorismo», dicono quelli che insieme a lei stanno lavorando alla ridefinizione, ormai avviata da tempo, del profilo di FdI e della fisionomia del premiership che forse verrà. Non sembra paradossale che, da queste parti delle destra, in questi giorni, venga molto evocata l'immagine di «grande forza tranquilla». Celebre definizione di Mitterrand di cui in FdI ci si ricorda: «Certo, è stato il presidente monarca socialista. Ma non dimentichiamoci da dove proveniva. Dalla destra».
Questo il format che si è deciso di adottare. Evitare toni contundenti (anche se Giorgia, che stasera è ospite del festival della Versiliana, ha la battuta facile e sa usare l'arma forte del vittimismo quando le conviene); attestarsi su quella prudenza del non strafare che è tipica di chi è in vantaggio; understatement quanto più è possibile; piglio rassicurante per rivaleggiare con Letta ma senza ammorbidirsi di fronte alla veemenza di Calenda. In hoc signo vinces? Chissà. 

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Il vero turbo nella campagna elettorale la Meloni lo metterà all'inizio di settembre, quando partirà per un viaggio in Italia in venti tappe, una per ogni regione. Nel frattempo, più di lei, sulla scena agostana svetterà Salvini, a colpi di comizi, feste, blitz come ieri a Lampedusa, sparate verbali e tutto ciò che serve per recuperare consensi. L'atteggiamento di chi sta già a Viminale, di nuovo ministro di polizia, che il leader leghista ostenta di continuo - unito alla grande voglia di tornare in quel ruolo che gli diede visibilità e forza - non viene visto molto bene da FdI. Che guarda caso respinge continuamente la proposta salvinista di decidere adesso chi farà il ministro di che cosa. 

Nel partito della Meloni in queste ore, c'è chi comincia a ricordare con insistenza di quando Berlusconi premier i leader alleati, e non tanto amati, li fece eleggere - prima Casini e poi Fini - presidenti della Camera. Mandare alla guida di Montecitorio il capo leghista che però finora è senatore? Non importa tanto a quale delle due Camere destinarlo, ma un Salvini depotenziato in un ruolo istituzionale - a cui lui guarda caso non pensa proprio e certamente rifiuterebbe, ma occorre vedere quanta forza avrà dopo il 25 settembre - sarebbe la quadratura del cerchio, e un vero sogno, per la nuova destra. Dove rispetto all'esecutivo che, forse, verrà si ragiona così: dev'essere il più possibile tecnico (visto che l'enormità dei problemi economici e sociali che si troverà ad affrontare richiedono massimo equilibrio e super-competenza) con i partiti che presidiano invece i posti di sottogoverno. Far passare questo schema dalle parti del Carroccio e di Forza Italia - dove quasi tutti danno ad esempio per futura ministra la Ronzulli, sommamente poco amata in FdI - non sarà affatto facile. 

Ultimo aggiornamento: 16:06 © RIPRODUZIONE RISERVATA