Il Mezzogiorno in coda per laureati e diplomati ma calano gli abbandoni

Sabato 9 Ottobre 2021 di Nando Santonastaso
Il Mezzogiorno in coda per laureati e diplomati ma calano gli abbandoni

Il divario si è stabilizzato ma non è affatto una bella notizia. Perché il gap in questione, monitorato dall'Istat, si riferisce all'istruzione e certifica che nel 2020 le distanze tra il Mezzogiorno e il resto del Paese sono rimaste immutate, proprio come nei due anni precedenti. Niente recupero, diplomati e laureati al Sud crescono più o meno come al Centro e al Nord, lasciando di fatto i distacchi inalterati. Ma lo stesso accade anche nel confronto tra Italia ed Europa: nell'anno simbolo della pandemia, la crescita della popolazione laureata nel nostro Paese è stata infatti più lenta rispetto al resto dell'Ue (solo 0,5 unti in più rispetto al +1,2 della media Ue, al +1,7 della Francia e al +1,4 della Spagna). Improponibile anche il paragone con i diplomati: da noi il 62%, nell'Ue a 27 invece il 79%. Inequivocabile, insomma, il messaggio che emerge dal Rapporto diffuso ieri dall'Istituto nazionale di statistica e nel quale, peraltro, si documenta anche quanto sia difficile la formazione continua, con i picchi più bassi tra i disoccupati (4,4%) che invece in Europa schizzano al 10%.

Ma è lo spaccato meridionale a fare decisamente più impressione: «La popolazione residente nel Mezzogiorno scrive l'Istat - è meno istruita rispetto a quella nel Centro-nord: il 38,5% degli adulti ha il diploma di scuola secondaria superiore e solo il 16,2% ha raggiunto un titolo terziario (una laurea cioè, ndr). Nel Nord e nel Centro circa il 45% è diplomato e più di uno su cinque è laureato (21,3% e 24,2% rispettivamente nel Nord e nel Centro). Il divario territoriale nei livelli di istruzione è indipendente dal genere, sebbene più marcato per la componente femminile».

Chi stava indietro, dunque, resta indietro, pagando dazio alla peggiore condizione socio-economica (si diplomano e laureano soprattutto i figli di genitori in possesso di uno dei due diplomi, che al Sud sono nettamente di meno). Resiste anche il divario sull'abbandono scolastico, vecchia piaga del Mezzogiorno che pure ha fatto registrare dati più incoraggianti del passato: «Nel 2020 scrive l'Istat - l'abbandono degli studi prima del completamento del sistema secondario superiore o della formazione professionale riguarda il 16,3% dei giovani nel Mezzogiorno, l'11,0% al Nord e l'11,5% nel Centro. Il divario territoriale tra Nord e Mezzogiorno si è ridotto a 5,3 punti nel 2020, grazie al calo registrato nel Mezzogiorno, dopo la sostanziale stabilità che aveva caratterizzato il quinquennio precedente (7,7 punti nel 2019)».
È invece grazie soprattutto alle donne che tra i laureati la percentuale di quanti nel Mezzogiorno completano il ciclo di studi nelle aree disciplinari scientifiche e tecnologiche (le cosiddette lauree Stem) non è troppo lontana dalla media nazionale (che resta comunque bassa, il 24,9%). Al Sud, infatti, la quota è simile al Centro (intorno al 23%), mentre al Nord supera il 26%. La quota di laureati Stem tra i giovani uomini residenti al Sud non arriva al 30% contro il 42,8% del Nord e il 32,4% del Centro mentre tra le donne la quota al Nord è di qualche punto inferiore a quelle del Centro e del Mezzogiorno. «Ne consegue che la differenza di genere tra i laureati in discipline tecnico-scientifiche è massima nel Nord, pari a 27,7 punti, e scende a 14,1 nel Centro e a 10,1 punti nel Mezzogiorno».

Ma perché in un anno solo un +0,7% di diplomati e un +0,4% di laureati in più nel Mezzogiorno, come pressappoco nel resto d'Italia? Le risposte non mancano e del resto non sono temi nuovi. Nel Pnrr, per restare al documento-chiave della possibile ripartenza dell'Italia, si parla espressamente a proposito dei pochi laureati di tre cause: tasse universitarie elevate (in media quelle italiane sono considerate tra le più alte d'Europa); alloggi limitati (solo il 3% degli studenti riesce a permettersi un appartamento); e borse di studio modeste (solo 1 studente su 10 beneficia di una borsa di studio in Italia, contro una media europea di 1 su 4). Ma in un ragionamento più ampio non possono non entrare anche altri fattori. Il rapporto, ad esempio, tra la laurea e un'occupazione ad essa collegata e rispettosa, dunque, della qualità degli studi portati a termine: tutti gli atenei fanno a gara nel dimostrare che ad un anno dalla conclusione degli studi l'occupabilità supera in media l'80%, con punte significative per le discipline tecniche. Ma i dati di Alma laurea relativi proprio al 2020 dicono che «il tasso di occupazione è diminuito di 4,9 punti percentuali per i laureati di primo livello e di 3,6 punti per quelli di secondo livello», con maggiore incidenza nei confronti delle donne e delle aree del Centro-Nord.

C'entra davvero solo la pandemia? E poi c'è tutto il capitolo del livello di remunerazione assicurato a chi cerca lavoro in base alla laurea, prologo troppo spesso inevitabile dell'arcinota fuga dei cervelli all'estero. Secondo i dati analizzati dalla società di consulenza Mercer, i laureati italiani sono tra i meno pagati in Europa insieme ai laureati di Polonia e Spagna. La retribuzione media, secondo questo studio è di 28 mila euro lordi all'anno, contro i 32 mila di un laureato inglese o i 35 mila di un francese. Per non parlare poi dei laureati tedeschi che hanno una media di 50 mila euro l'anno, o quelli Svizzeri con 79 mila. Chi si ferma al diploma di scuola secondaria superiore, sta anche peggio: in Italia, infatti, i laureati guadagnano il 37% in più rispetto ai diplomati, mentre nei Paesi Ocse il 54% in più in media.
 

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