Il dannato Nietzsche
trovò la pace a Napoli
(e litigò con Wagner)

Domenica 20 Giugno 2021 di Vittorio Del Tufo
Il dannato Nietzsche trovò la pace a Napoli (e litigò con Wagner)

«Se ho fatto bene, meglio tacere;
Se ho fatto male, meglio ridere
e fare sempre peggio, rider peggio
Sinché non scenderemo nella fossa»

(Friedrich Wilhelm Nietzsche, Umano, troppo umano).

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Sorrento, 2 novembre 1876. Un Filosofo e un Compositore passeggiano tra i limoneti. Discutono del Parsifal, della ricerca del Sacro Graal. L'atmosfera è tesa, i silenzi pesanti, l'armonia di un tempo un ricordo lontano. «Il compito di salvare la religione spetta all'arte», incalza il Compositore. Il Filosofo è nauseato dal suo vecchio idolo e maestro, che ormai calza la maschera dell'uomo pio. Non sopporta la sua improbabile e tardiva conversione. «Mi stomaca», dirà.

Il Filosofo è Friedrich Nietzsche, il Compositore è Richard Wagner.

Nel 1876 Nietzsche ha 32 anni, ma ne dimostra molti di più. Soffre di emicranie lancinanti, feroci disturbi agli occhi, tremendi problemi gastrici. Un fuoco di fucileria, definisce così i suoi dolori. Eppure conserva, per dirla con il saggista Stenio Solinas, una straordinaria, quasi rabdomantica capacità di scovare luoghi di taumaturgica bellezza. Nell'ottobre 1876 il filosofo, professore all'Università di Basilea, decide di cambiare aria. E di svernare al Sud, dove il clima è più mite. L'autore di Così parlò Zarathustra (che verrà pubblicato nel 1885) si ferma a Sorrento visitando anche Napoli, Capri e Pompei.

I mesi trascorsi all'ombra del Vesuvio saranno per Nietzsche - per il suo corpo, ma soprattutto per il suo spirito - un autentico balsamo. In uno dei capitoli più intensi del suo bel libro Nietzsche on the road (Neri Pozza) il giornalista Paolo Pagani, appassionato di storie filosofiche, descrive in modo appassionante questa intensa parentesi della vita (tormentata) di Nietzsche. A partire proprio dal fortissimo richiamo che il paesaggio della Costiera esercita sul filosofo tedesco. L'incontro con il Sud Italia dona a Friedrich Nietzsche anni fertili di pensiero. Lo educa alla grandezza, alla libertà di spirito, all'esaltazione della vita. Gli regala un antidoto a quella che definiva la tragedia dell'esistenza.

Se quello di Nietzsche è il viaggio di un filosofo errabondo e apolide, quello di Pagani è un atlante di «geografia dello spirito». Un reportage sentimentale alla ricerca dei luoghi abitati da uno dei più controversi autori di tutti i tempi. Come Villa Rubinacci a Sorrento, dove Nietzsche è ospite della fidatissima e munifica baronessa Malwida von Meysenbug, la protettrice ideale «che organizzava la sua vita come una madre adottiva, aiutata dalla cameriera Trina». A Sorrento, con Friedrich, c'è l'amico e filosofo Paul Rée (con il quale, otto giorni prima, Nietzsche aveva trascorso a Bex «la luna di miele della loro amicizia») e un giovanissimo allievo, Albert Brenner, destinato a morire di lì a poco di tubercolosi procurando a Nietzsche un dolore insostenibile.

L'incontro di Nietzsche con Wagner a Sorrento è un fuori programma. Del tutto inaspettato. Avviene la sera stessa dell'arrivo del filosofo, il 27 ottobre 1876. Il musicista, con la seconda moglie Cosima (figlia illegittima del pianista e compositore ungherese Franz Liszt) e i figli, occupa una sfarzosa dépandance del vicinissimo hotel Victoria. L'atmosfera è ostile, tra i due clan saranno giorni di difficile convivenza. I Wagner sono invadenti, mentre Nietzsche ha bisogno di pace e di tranquillità. Il 2 novembre la camminata solitaria dei due geni: il musicista non fa altro che parlare del Parsifal che sta ultimando; Nietzsche non sopporta più l'amico e maestro di un tempo. Parsifal è l'ultimo dramma musicale di Wagner: dopo una gestazione lunga alcuni decenni, l'opera fu composta tra il 1877 e il 1882 e segna il ritorno al tema del Graal, già affrontato molti anni prima in Lohengrin.

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Dalla balconata di Villa Rubinacci Nietzsche vede Capri, Ischia, il Vesuvio. Quel fondale esercita su di lui un'attrazione magnetica: gli servirà da modello per il viaggio Sulle isole Beate, nel secondo libro dello Zarathustra. Ogni sera, nel salone al primo piano della Villa, Friedrich e il suo clan si ritrovano per i pasti e per la lettura incrociata dei rispettivi scritti, soprattutto aforismi. Il più dinamitardo dei pensatori, il distruttore di mondi che ventitré anni dopo concluderà la sua vita precipitando nel pozzo della follia, in Costiera forgia il suo genio, in un personalissimo Grand Tour che lo conduce a Paestum, a Pompei, a Castellammare e a Capri. Studia Platone, legge Burckhardt e Darwin, gli storici Erodoto e Tucidide, si appassiona alla letteratura: Stendhal, soprattutto.

Nel febbraio 1877 una delle due gite a Napoli, in occasione del Carnevale. Scrive Pagani: «Nietzsche è assalito da una vera orgia di emozioni. E sembra già stringersi qui una segreta affinità tra il capoluogo e il pensiero filosofico tedesco. Capitolo poco noto della storia della filosofia europea». Nietzsche anticipa, con il suo sguardo (e il suo stupore) nordico «una tendenza interpretativa dell'anima della città, che è al tempo stesso una forma sui generis di civiltà: la capacità di compenetrare alto e basso, sacro e profano». È un'immersione, quella del filosofo, nella «città porosa» che sarà oggetto, nel 1924, di un autentico, ancorché breve trattato filosofico di Walter Benjamin e della teatrante lettone Asja Lacis, sua amante. 

L'amica Malwida scarrozza Nietzsche, Rée e Brenner a Santa Chiara, alla Piscina Mirabilis, a Posillipo. Il filosofo resta incantato dalla collina «che placa il dolore». «Vidi il volto di Nietzsche - annota la baronessa - accendersi di uno stupore gioioso, quasi infantile, e alla fine egli esplose in un inno di giubilo al Sud». «A ogni costo - furono le sue parole - abbiamo bisogno del Sud, di toni chiari, innocenti, lieti, felici e teneri». Il filosofo associa lo spettacolo di Posillipo, i suoi colori, al Benedictus della grande Missa Solemnis del suo connazionale Beethoven.

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«Dove Nietzsche vive, lì pensa. Quando vive, poiché la sua è una vita priva di azione e, lì scrive»

(Paolo Pagani)

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Epilogo.

L'ultimo atto della vita di Nietzsche - il grande filosofo che scelse il Golfo di Napoli per riappacificarsi con la vita - si svolge a Torino, dove il filosofo arriva nell'aprile del 1888. Il 3 gennaio dell'anno dopo, Nietzsche esce dal suo appartamento al quarto piano di via Carlo Alberto 6 e si slancia in lacrime verso un cavallo maltrattato dal cocchiere. Dopo aver abbracciato il cavallo, il filosofo stramazza a terra in deliquio. Poi viene riportato a casa e affidato alle cure di un amico psichiatra che si precipita a soccorrerlo. Io sono il signore e il tiranno di Torino, sono il Dioniso e il Crocifisso, ripete all'infinito, applicando a se stesso il pensiero-mito dell'eterno ritorno che lo avvicinò alla figura del profeta iranico Zarathustra. Il suo sguardo è spento, privo di vita.

Pochi giorni dopo il crollo psicologico, preludio della malattia che lo porterà al declino prima mentale e poi fisico, Nietzsche lascia Torino. Fa in tempo, però, a scrivervi il suo libro più disperato, Ecce Homo, come ricorda una targa in via Carlo Alberto. Un'opera frenetica realizzata in tre settimane di immensa esaltazione, nell'autunno del 1888. Nietzsche descrive e rivede la sua vita scardinando, con le sue iperboli, i princìpi e le certezze del pensiero puritano dell'Europa di quel periodo.

Prima di precipitare, in una fredda mattinata torinese, nell'abisso della follia. 

Ultimo aggiornamento: 22 Giugno, 12:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA