La congiura di Frisio
e il povero Carducci
pazzo di gelosia

Domenica 20 Settembre 2020 di Vittorio Del Tufo

«Nel tram di Posìllipo, al tempo dell'está,
un fatto graziosissimo, mi accadde un anno fa;
Il tram era pienissimo, a miezo, a dinto e a fora,
quando, alla via Partènope, sagliette na signora!»

(Armando Gill, E allora?).
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Il 23 luglio 1861, alle dieci di sera, una pattuglia dei carabinieri circonda una casina a picco sul mare, sulla costa di Posillipo.

«Mani in alto, don Bonaventura, siete in arresto!».

I militari cercano un prete, Bonaventura Cenatiempo, sospettato di aver ordito con cinque complici una congiura filoborbonica ai danni dei piemontesi. Bonaventura viene arrestato, i suoi complici riescono a far perdere le tracce. La casina dei congiurati è conosciuta con il nome di Frisio, dal nome dell'antica dimora dei signori di Frisjo - nel tratto di costa che da Palazzo Donn'Anna si estende fino a Villa Grotta Marina - dove don Benaventura e soci si davano convegno. Una terrazza di quella medesima villa era invece stata locata a un oste che l'aveva voltata a ristorante: il mitico Scoglio di Frisio.

Che Napoli sia una città di contaminazioni è storia nota. Lo è sempre stata, lo sarà sempre. Che la congiura per riportare sul trono re Franceschiello sia stata organizzata a pochi metri dalla celebre trattoria dove al suono di chitarre e mandolini si degustavano spaghetti alle vongole e zuppe di pesce è storia meno nota. Nel libro «I congiurati di Frisio - Un tentativo di insurrezione borbonica a Napoli durante l'occupazione piemontese», Salvo Vitale racconta come con il processo Cenatiempo si volle dare un avvertimento ai «galantuomini» che osteggiavano il nuovo regime. Con la sentenza (agosto 1862) vennero condannati a dieci anni il prete, due ufficiali del disciolto esercito borbonico e un gendarme. Assolta invece un'innocua fattucchiera che in un primo momento era stata accusata di aver preso parte al complotto.
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La sera del 4 luglio 1891 la bella società napoletana si riunì a Posillipo, allo Scoglio di Frisio, per omaggiare un visitatore d'eccezione, Giosuè Carducci. Il grande poeta maremmano era stato invitato a Napoli dal ministro della pubblica istruzione per presiedere una seduta d'esami. Carducci si presentò al ristorante sottobraccio con Annie Vivanti, la sua nuova fiamma, che allora aveva 25 anni ed era uno schianto; l'anno precedente aveva pubblicato il suo primo libro di poesie. Al tavolo di Frisio, quella sera, sedettero la fondatrice del Mattino Matilde Serao, svariati letterati (come Giuseppe Pessina, dandy e romanziere, figlio del celebre avvocato Enrico ma decisamente più scapestrato) e numerosi giornalisti tra i quali Roberto Bracco, Raffaele Montuoro («Il Pungolo») ed Eugenio Sacerdoti («Don Marzio»). Ma c'era, soprattutto, Ferdinando Russo, che non aveva occhi che per la bella poetessa Annie, al punto da dedicarle pochi giorni dopo - così almeno vuole la leggenda - una serenata, con tanto di posteggiatori, sotto i balconi dell'Hotel Washington, in via Medina, dove Carducci e la Vivanti alloggiavano. La canzone prescelta, ovviamente, fu Scetate, il suo primo grande successo, composta quattro anni prima e musicata da Mario Pasquale Costa (Si duorme o cchiù nun duorme, bella mia, / siente pe' nu mumento chesta voce./ Chi te vo' bene assale sta mmiez' a via / pe' te cantà na canzuncella doce). Si racconta che il maestro Carducci non la prese benissimo, al punto da decidere, nel giro di pochi giorni, di trascinare la bella Annie via da Napoli e dai bollenti spiriti dei suoi abitanti. Ma voi a chi volete far perdere il sonno? deve aver pensato mentre preparava le valigie.
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In principio fu don Ferdinando. Era il 1850 quando un anziano oste, Ferdinando Autiero, mise gli occhi su uno splendido salone a specchio sul mare, appartenente alla villa del duca di Frisio. Scrisse Francesco Alvino: «La casa del conte di Frisio, Brigadiere Celli, eminente sovrasta lo scoglio e d'amena vista guarda tutto il golfo. Sottoposta v'è la casa di Ajale, che sporge sul mare; ivi sono piccoli ma deliziosi giardini, che puoi vedere anche dalla strada. Alcuni loggiati ad essi aderenti poggiano su una casa diruta e cadente con una grotta. Prima tutto ciò apparteneva al nobil consultore Colajanni». Ricorda Vittorio Paliotti, che allo scoglio di Frisio ha dedicato un capitolo del suo bel libro «Napoletani si nasceva»: «La Villa, che sarà poi acquistata dalla famiglia Pavoncelli, sorgeva accanto al palazzo Donn'Anna, luogo abitato, a quell'epoca, da pittori, scultori e modelle. Ferdinando Autiero dopo lunghe trattative ottenne in fitto l'immenso lussuoso salone, lo trasformò in ristorante e lo chiamò, in omaggio ai proprietari dello stabile, Scoglio di Frisio».
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... a Frìsio ce magnajemo duiciento lire e cchiù.. La canzone macchiettistica che celebra lo Scoglio di Frisio e i suoi fasti - E allora - fu scritta nel 1926 da Armando Gill, nome d'arte di Michele Testa, considerato il primo cantautore italiano. Narra la storia di un giovanotto napoletano prova ad abbordare una signora milanese sul tram che dal centro di Napoli porta su a Posillipo.
E allor dissi: «E' di Napoli? No, mi sun de Milan!»
«Fa i bagni qua, certissimo!»
«No, mi parto duman... Vorrei vedere Frìsio, non visto mai finora...»
«Se vuole, io posso...» «Oh, grazie!...».
E s'ammuccaje a signora!
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Negli anni della Belle Époque fu il più esclusivo ristorante a mare di Napoli. Tra i più assidui frequentatori di Frisio vi fu il grande Richard Wagner, che nel 1880 scelse di abitare a Posillipo, in villa Doria d'Angri. Allo «Scoglio di Frisio» la storia di Wagner si incrocia con quella di uno dei più grandi posteggiatori di tutti i tempi, sicuramente il primo ad assurgere a grande fama, quel Giovanni Di Francesco (nato nel 1852) e noto con il soprannome di o Zingariello Che storia, quella dello Zingariello. Quando l'autore del Parsifal lo sentì cantare da Frisio, ne rimase talmente colpito che volle portarlo con sé a Bayreuth, dove fu applaudito e ammirato ogni sera dagli amici del grande compositore. Narra la leggenda che non fu tanto la nostalgia a riportarlo a casa, bensì una decisione dello stesso Wagner, al quale cominciavano a girare le scatole perché o Zingariello aveva la pessima abitudine di insidiargli tutte le cameriere.

Da Frisio mangiava a credito, tra il 1891 e il 893, anche Gabriele D'Annunzio, che era di buona forchetta. I camerieri lo chiamavano don Nunzio e il poeta compose per loro un'appassionata dedica: «Al pari di Saffo mi inabisso dallo Scoglio di Frisio lanciandomi dall'alto di una fumante caldaia di vermicelli alle vongole». Una sera allungò uno sguardo di troppo sulla donna di un cliente ricevendo in cambio un pacchero bene assestato. Lo Scoglio di Frisio fu gestito dai fratelli Musella fino al 1910, poi fu rilevato dall'editore Bietti, una cui figlia, Leonide, aveva sposato una figlia del proprietario. Infine il lento declino finché, ai primi degli anni 30, il locale chiuse i battenti.

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