Marinai, bordelli e malpertugi:
i segreti di Rua Catalana

Lunedì 12 Ottobre 2020 di Vittorio Del Tufo

«La fanticella a casa di costei il condusse, la quale dimorava in una contrada chiamata Malpertugio, la quale quanto sia onesta contrada il nome medesimo il dimostra»

(Decameron, II giornata, novella V, Andreuccio da Perugia).
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«Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli?». Torniamo nei vicoli che s'attorcigliavano un tempo nella zona oggi compresa tra via Medina, via Sanfelice, via Depretis, e le parole - terribili, profetiche - di Matilde Serao («Il ventre di Napoli») continuano a risuonare nelle nostre orecchie. Proviamo a ricostruire, ancora una volta, la toponomastica della memoria annientata dagli interventi urbanistici del Risanamento. Il piccone di fine 800 ha cambiato la faccia di tante strade, altre le ha cancellate. Eppure, passeggiando per Rua Catalana, si ha l'impressione di vivere in un tempo sospeso.

È il tempo di Giovanni Boccaccio, che nei dintorni di Rua Catalana ambientò la celebre «novella quinta della seconda giornata» del Decamerone, facendo muovere il protagonista Andreuccio da Perugia tra le viuzze, i fondaci e i bordelli che tanto piacquero, parecchi secoli dopo, a Pier Paolo Pasolini. Sono gli angoli bui del Porto dove il giovane mercante Andreuccio (Ninetto Davoli nella trasposizione cinematografica) girovagava mezzo nudo e senza un soldo in tasca dopo essere stato abbindolato come un allocco da Madonna Fiordaliso.

Gli interventi urbanistici avviati sotto la spinta del sindaco Nicola Amore in seguito all'epidemia di colera del 1884 hanno stravolto la fisionomia dei luoghi. Cancellando ogni traccia del mitico Malpertugio, ovvero il groviglio di vicoletti dove sorgeva, nel Decamerone, l'abitazione di Madonna Fiordaliso e dove Boccaccio ambientò le avventure dello sventurato Andreuccio.

Dov'era il Malpertugio? A prender per buona la ricostruzione di Benedetto Croce, segugio della toponomastica e della memoria, doveva trovarsi «verso le case che intercedono tra le via di Flavio Gioia e di San Nicola alla Dogana». O dove sorgeva l'antica chiesa di Santa Maria dell'Incoronatella, demolita nel 1898 e risorta dalle sue ceneri con il delizioso nome di Santa Barbara dei Cannonieri e dei Marinai.

Cadrebbe in errore chi si ostinasse a credere che furono gli spagnoli a ideare il tracciato di Rua Catalana, come avvenne alla fine del Cinquecento con la più celebre via Medina, voluta dal duca di Medina de Las Torres, il quale fece risistemare l'antico Largo delle Corregge. Ben prima della dominazione spagnola, infatti, Rua Catalana era già una strada di traffici e luogo d'incontro di artigiani e mercanti, ma anche di affaristi senza scrupoli. Sia re Roberto che la nipote Giovanna d'Angiò (incoronata sovrana di Napoli nel 1343, quando Boccaccio aveva lasciato la città già da due anni) vollero chiamare in città, per incentivare il commercio, commercianti, artigiani e manovali delle nazionalità più diverse. Rua Catalana si riempì così di così rigattieri, sugherai e lattonieri. Una vocazione artigiana scolpita nel Dna di questa nobilissima strada.
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Recentemente, lo storico Amedeo Feniello, autore di «Napoli 1343» e studioso delle vicende medievali di Napoli, ha provato a ricostruire l'esatta localizzazione del Malpertugio partendo proprio dall'arrivo dei catalani in città, avvenuto nella prima metà del Trecento. Costoro «si insediano in un quartiere che è giusto in mezzo tra la città vecchia, arroccata sulle colline di San Marcellino e del Monterone, e quella più libera ed aperta che si estende intorno al Castelnuovo. È un quartiere di grande storia, che si trova in una posizione strategica, al limitare del porto. Qui c'era l'antico arsenale del Ducato indipendente intorno al quale prospera, già all'epoca della dominazione normanna, la colonia pisana. È la zona del Malpertugio, contrada della novella boccaccesca di Andreuccio da Perugia e di madonna Fiordaliso, il tipico posto presente in ogni zona portuale, pericoloso e postribolare, ricco di anditi, vicoli ciechi, ballatoi, porticati lugubri, non consigliato, di notte, ai forestieri. In questa area i catalani creano i loro fondaci e organizzano i loro banchi, alla rua Catalana, che esiste ancora oggi, all'imbocco della centralissima via Depretis».

Dunque Napoli già nel 300 accoglieva nel suo ventre, per dirla con Mimì Rea, gente di ogni risma e di ogni razza: «Un infernale miscuglio di casi umani piccoli e piccolissimi, ma ugualmente fatali e terribili, potenti nella gioia e nella tristezza». Tuttavia l'atteggiamento dei napoletani nei confronti dei catalani è piuttosto ondivago. C'è sospetto, diffidenza. I luoghi comuni si intrecciano con antichi rancori. La loro fama è legata alla pirateria, che i catalani praticavano non solo contro navi genovesi ma anche contro quelle di altre marinerie. «Nei circoli intellettuali - racconta Feniello - li si qualifica come barbari, inadatti alla cultura, bellicosi e violenti per natura. Li si considera idonei ai commerci, abili nel trasformare le pietre in pane, come si diceva. Ma avidi, pronti a trarre smisurati guadagni dall'usura, con l'applicare tassi di interesse del 40%».

Le parole di Dante sull'«avara povertà di Catalogna» gettano un'ombra sui commercianti catalani, ombra che si trasforma in aperta ostilità all'alba del 400, con l'ostracismo di re Ladislao e della sua corte. Le cose cambiano con l'arrivo di Alfonso d'Aragona. I catalani si insinuano in tutti i gangli vitali della vita urbana, e «tutta la citate 'de èi piena», come riferisce un testimone oculare, Luise de Rosa. I nomi dei d'Avalos, dei Guevara, dei Cabanillas, dei Cardenas, dei Centelles, dei Siscar, dei Diaz Garlon e tanti altri divengono gli interlocutori dell'antica feudalità, i garanti del rapporto tra la monarchia e il baronaggio locale. Nei posti chiave dell'amministrazione, arrivano uomini di fiducia del re, abili e competenti. È il periodo d'oro di Rua Catalana.
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Qui aveva sede il conservatorio della Pietà dei Turchini, uno dei quattro, mitici conservatori napoletani. Fu fondato nel 1583 per iniziativa dei laici appartenenti alla Confraternita dei Bianchi della Croce, che si riunivano proprio nella chiesa dell'Incoronatella. Lo scopo era quello di dare una casa e una scuola agli scugnizzi abbandonati. Quando diventò un istituto di musica prese il nome di «conservatorio Santa Maria della Pietà dei figlioli», nome mutato più tardi in conservatorio della Pietà dei Turchini proprio per il fatto che i fanciulli ospitati veniva chiamati

li turchini, per via del colore turchino dei loro abiti e dei loro berretti. Qui si formarono alcuni tra i più importanti musicisti del 700, come Alessandro Scarlatti, Giambattista Pergolesi e Giovanni Paisiello. Nel 1808 i conservatori napoletani confluirono nell'ex convento di San Sebastiano, per essere poi spostati, nel 1826, a San Pietro a Maiella.
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Per Carlo Celano, autore delle «Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli», «questa un tempo era una delle più belle e popolate strade, non dico di Napoli, ma dell'Italia, essendo che, in queste, altre arti non v'erano che per provedere il capo ed il piede humano: se dalla parte sinistra altre botteghe non v'erano che di scarpari, dalla destra tutte di cappellari». Stretta e sinuosa, la strada conserva ancora oggi il fascino di un tempo, quando era popolata da marinai e cannonieri (da qui il nome della chiesa), ladri maliziosi, sguardi distratti e fanciulle mentitrici. Nel 1997 le antiche botteghe artigiane sono state riabilitate e tutta la zona è diventata un quartiere-laboratorio. Vi si trovano negozi in cui si lavorano materiali poveri, come il rame e l'ottone, con le tecniche dei lattonieri. Numerose le botteghe che lavorano il ferro coniugando il sudore artigiano con l'antica creatività dei vicoli, così gli utensili realizzati in Rua Catalana sono autentici oggetti d'arte. Nume tutelare di questa zona è l'artista Riccardo Dalisi, che nel 2018 è tornato a Rua Catalana con l'obiettivo di trasformare il suo studio in un laboratorio di ricerca aperto alla città.

Al nome della strada è legata anche la memoria dell'antico teatro d'opera San Bartolomeo, attivo tra il 600 e il 700. Prima della costruzione del San Carlo, avvenuta nel 1737, era il principale teatro della città partenopea. Per Napoli segnò soprattutto l'invenzione e il trionfo della gloriosa opera buffa: proprio nel San Bartolomeo infatti, nel 1733, venne rappresentata per la prima volta La serva padrona di Giovan Battista Pergolesi. Dopo l'apertura del San Carlo il teatro smise di funzionare e al posto della platea venne eretta la chiesa di Santa Maria delle Grazie, più nota come chiesa della Graziella. Un luogo della memoria (ad oggi è l'unico residuo architettonico dell'antico teatro San Bartolomeo) che l'associazione culturale Cersim è riuscito a sottrarre al degrado e a far rivivere dopo i danni provocati dal terremoto del 1980.

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