In prigione con Pedro,
castighi e demoni
all'ombra della Vicaria

Domenica 21 Luglio 2019 di Vittorio Del Tufo
«Attaccate un soldato alla bocca di un cannone e accostatevi con la miccia: chi sa! Penserà il disgraziato, tutto è possibile Ma leggetegli la sentenza di morte e lo vedrete piangere o impazzire. Chi ha mai detto che la natura umana può sopportare un colpo simile senza impazzire? E allora, a cosa può mai essere utile una pena così mostruosa?»
(Fedor Dostoevskij, L'idiota)

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Ombre, riflessi, memorie di vite passate. Lapidi sepolcrali e prigioni segrete. I sotterranei di Castel Capuano esercitano da sempre una fascinazione profonda, e un po' sinistra, sugli appassionati di sottosuolo e sugli uomini talpa che si immergono nei tenebrosi anfratti della città capovolta. Recentemente il decano di tutti loro, Clemente Esposito, ha ricordato di quando, da giovane, si aggirava con la pila in mano esaminando basolo dopo basolo il cortile dell'ex tribunale per individuare le tracce degli antichi pozzi e dei cunicoli «che il Celano, il Chiarini e altri descrivono ricoperti in volta con statue e pezzi di marmi lavorati».

Sotto Castelcapuano, nei sotterranei dell'ex ospedale della Pace, in via Tribunali, sotto i vichi Pace, Scassacocchi, delle Zite, Carbonari, Santa Maria ad Agnone e Zuroli centinaia di pozzi - quasi tutti al servizio dell'antico acquedotto della Bolla - disegnano i contorni di un'orografia complessa e straordinaria. Ancora tanto resta da scoprire. Come le tracce di un'antica necropoli.

Il castello, tra i più antichi della città (assieme a Castel dell'Ovo) era stato eretto dai normanni nell'area dell'antico Gymnasium, dove i giovani atleti della Neapolis romana, belli come Dei dell'Olimpo, curavano il corpo e coltivavano lo spirito. È probabile che già in epoca greco-romana esistesse una struttura fortificata nei pressi della porta che si apriva sulla strada che conduceva all'antico borgo di Capua, ed era perciò detta Capuana. E poiché il Gymnasium sarebbe diventato poi un cimitero, nei sotterranei del maniero furono ritrovate tombe, lapidi, iscrizioni, che parecchi secoli più tardi avrebbero lasciato il posto alle celle segrete (e anch'esse macabre) di Castel Capuano.

Già, le antiche prigioni: nessun luogo doveva apparire più spettrale, con la sola l'eccezione, forse, della Fossa del Miglio di Castel Nuovo, dove furono lasciati marcire i protagonisti della Congiura dei Baroni, in età aragonese. Se i sovrani normanni, ossessionati dalla sicurezza, avevano fatto di Castel Capuano la loro residenza, Federico II trasformò la fortezza in una sontuosa Reggia, senza trascurare le necessità di difesa. Ma le lancette della Storia, a Napoli, hanno sempre ruotato vorticosamente, così con l'avvento degli Angioini iniziò l'edificazione di una nuova e più lussuosa dimora, chiamata appunto Castel Nuovo, che ereditò la funzione di dimora dei Re di Napoli. E Castel Capuano? Continuò ad ospitare fra le sue mura personaggi di sangue reale. E che personaggi: anche le mitiche due Giovanne, di tanto in tanto, vi abitarono. Giovanna I (1343-1382) provvide a farlo restaurare dopo i saccheggi e le devastazioni di Ludovico d'Ungheria; Giovanna II (1414-1435) fu costretta a rifugiarsi fra le sue mura durante lo scontro con Alfonso V d'Aragona. Si sa come andò a finire la storia: l'orgogliosissimo Alfonso, per farla prigioniera, assediò il maniero, ma la regina riuscì a mettere in salvo. Poi la sovrana partì poi alla volta di Aversa, dove nominò suo erede Luigi III d'Angiò in opposizione al ripudiato Alfonso. Ma questo non le bastò a impedire che l'aragonese facesse il suo ingresso trionfale a Napoli, come testimoniato dall'Arco che campeggia all'ingresso del Maschio Angioino. Castel Capuano ospitò tantissimi personaggi famosi, come Francesco Petrarca, inviato dal papa Clemente VI per ottenere la libertà di alcuni prigionieri. E tra le mura del castello, il 23 agosto 1433, morì assassinato il favorito della regina Sergianni Caracciolo, mandato a morte dalla stessa sovrana. (Vedi Uovo di Virgilio del 9/6/2019).
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C'è stato un tempo in cui anche Napoli aveva una «colonna infame». A differenza di quella resa celebre da Alessandro Manzoni, ed eretta sulle macerie dell'abitazione di Gian Giacomo Mora, il barbiere (ingiustamente) accusato di aver diffuso la peste a Milano nel 1630, la «colonna della Vicaria» serviva per esporre al pubblico ludibrio i debitori insolventi o che venivano dichiarati falliti. Era una colonna di marmo bianco e si ergeva su una base quadrata davanti all'ingresso principale di Castel Capuano. Chi, non possedendo più nulla, non fosse stato in grado di onorare i suoi debiti, doveva salire sulla base di marmo, calarsi le brache e mostrare il fondoschiena!
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Napoli, 1537. Con una decisione che nessuno osò discutere, il temutissimo viceré spagnolo Pedro de Toledo, vecchia conoscenza dei napoletani e dell'Uovo di Virgilio, stabilì che i cinque tribunali sparsi in vari luoghi della città venissero riuniti a Castel Capuano, che diventò così, da fortezza e reggia, il luogo dove si celebravano i riti spesso crudeli della giustizia: ovvero il Palazzo della Vicaria. Prima di allora, orientarsi nei palazzi dove si amministrava la giustizia voleva dire affondare nelle sabbie mobili: in via Sant'Agostino il Tribunale della Zecca controllava pesi, bolle e misure; il Sacro Regio Consiglio nel chiostro di Santa Chiara esaminava i ricorsi in appello; in piazza San Gaetano il Tribunale della Bagliva trattava le vertenze per danni di piccola entità; nella chiesa di San Giorgio Maggiore a Forcella erano ubicate le sezioni civili e penali della Gran Corte. Insomma, un gran guazzabuglio. Che don Petro di Toledo giudicò di ostacolo alle esigenze di rinnovamento e modernizzazione che avrebbero dovuto guidare il suo governo.

Furono due geniacci, gli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa, ad adattare il castello alla nuova funzione voluta da don Pedro. Le strutture militari vennero eliminate e i sotterranei destinati a prigioni, con attrezzatissime camere di tortura. Per molti anni il maniero fu sede di esecuzioni capitali e teatro di macabre messe in scena. Teste e altre parti del corpo dei condannati venivano esposte all'angolo del castello di fronte a via Carbonara, a futura memoria.

Nel dicembre 1517 a Castel Capuano si celebrò uno dei ricevimenti di nozze piu sfarzosi (e lunghi) che la storia ricordi: il banchetto nuziale di Bona Sforza e Sigismondo I di Polonia. Bona era la figlia del duca di Milano Gian Galeazzo e di Isabella d'Aragona, Sigismondo I era il re di Polonia. Quel banchetto, di cui scrisse anche Salvatore Di Giacomo, fu un'autentica maratona: durò nove ore per un totale di 29 portate e 1500 piatti diversi. La grande abbuffata - con tanto di arrusto salvaggio e strangolapreiti, come riportarono i cronisti - si svolse nel grande salone del castello adornato con ghirlande e drappi azzurri a stelle d'oro con al centro lo stemma della Polonia e quello d'Aragona.
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Nelle sale del tribunale della Vicaria si consumò, alla fine del 700, la sorte di Giuditta Guastamacchia: donna, stando alle cronache dell'epoca, tanto bella quanto crudele. Assieme al padre, e all'amante, Giuditta aveva irretito un chirurgo spingendolo ad uccidere suo marito. La donna fu impiccata in via dei Tribunali, per poi essere decapitata. Testa e mani le furono amputate e messe in mostra sulle mura della Vicaria. Il cranio di Giuditta è uno dei reperti anatomici conservati nel museo di Anatomia Umana. Una macabra leggenda racconta che ogni 19 aprile, nei corridoi del vecchio tribunale, si odano lamenti, strepiti e urla. Le urla di Giuditta, assassina per amore: ombra tra le ombre di Castel Capuano. © RIPRODUZIONE RISERVATA