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I bambini di Napoli
e quel leone imbrattato
che risvegliò la città

Domenica 26 Giugno 2022 di Vittorio Del Tufo
I bambini di Napoli e quel leone imbrattato che risvegliò la città

«Bisogna che i monumenti cantino. È necessario che essi generino un vocabolario, creino una relazione, contribuiscano a creare una società civile»
(Paul Valery)

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Diceva Italo Calvino che le città sono un paesaggio dell'anima: prendono forma dall'umore di chi le guarda, e restano invisibili agli occhi di chi non sa guardarle. Nonostante i suoi affanni e i suoi sfinimenti, anche Napoli è un paesaggio dell'anima. E resta invisibile, spesso, agli occhi degli stessi napoletani. Alla Fondazione Napoli Novantanove, nata nell'ottobre 1984 su iniziativa di Mirella Stampa Barracco e Maurizio Barracco, va riconosciuto il merito di averci aperto nuovamente gli occhi sulla città, di averci insegnato nuovamente a vederla, a riconoscerla, a sentirci in simbiosi con essa. Compie trent'anni, in questi giorni, uno dei progetti più importanti della Fondazione, l'iniziativa «La scuola adotta un monumento», risalente al 1992. Progetto portato avanti con le tremila scuole che nel tempo hanno scelto di aderirvi ed i trecentomila ragazzi che, in questo trentennio, hanno lavorato e lavorano per promuovere la conoscenza del patrimonio artistico e culturale di Napoli e del Mezzogiorno.

Non era un'impresa facile, allora. Sventrata da un degrado antico, che spesso impedisce finanche di riconoscere le stracce del suo passato, Napoli nasconde più di quanto non mostri, occulta più di quanto non riveli. Non è un'impresa facile nemmeno oggi. Napoli è la città più imbrattata d'Italia. La manutenzione della bellezza, e della memoria, è da tempo la cenerentola del discorso pubblico, per non parlare del governo della città. Ma a Mirella Barracco la tenacia non manca. E a 38 anni dalla sua nascita, la Fondazione Napoli Novantanove continua a promuovere la conoscenza e la valorizzazione dei nostri tesori d'arte e cultura. Per celebrare i trent'anni di «La scuola adotta un monumento» (1992-2022), Napoli Novantanove ha pubblicato un libro che, con parole e immagini, racconta come si sia cercato, con questa iniziativa, di creare appartenenza alla comunità, risvegliare il «civismo operoso» e la cittadinanza attiva. In una parola, «riaccendere la passione per la nostra storia», come ci dice Mirella accogliendoci con un sorriso nello studio di via Martucci. È reduce da un emozionante incontro con il presidente Mattarella: al Quirinale, nei giorni scorsi, i Barracco hanno presentato il volume a più voci che ripercorre proprio i primi trent'anni di attività del progetto.

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Verso la metà degli anni 80, dopo il lungo periodo buio seguito al sisma del 1980, la città ricominciava a scoprire l'importanza e la magnificenza del proprio patrimonio culturale. Il 30 settembre 1988, in una memorabile cerimonia alla presenza del presidente Francesco Cossiga, fu inaugurato il restauro dell'Arco di Trionfo di Alfonso d'Aragona che adorna l'ingresso di Castel Nuovo. Restauro promosso proprio dalla Fondazione Napoli Novantanove e dalla Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici. Uno dei monumenti più rappresentativi della città, eretto per volere di Alfonso il Magnanimo che volle celebrare con esso la conquista del Regno di Napoli nel 1443, veniva così recuperato e restituito, in tutto il suo splendore, ai napoletani. La mattina del 7 ottobre 1989 la città, incredula, scoprì il monumento imbrattato in più punti di rosso. Ignoti avevano lanciato uova piene di vernice contro l'Arco in segno di sfregio verso il consiglio comunale, che si riuniva nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino. La foto di Mimmo Jodice, con il dettaglio del leone che sembra sanguinare, fece il giro del mondo.

«L'episodio - ricorda Mirella Barracco - segnò un'inversione di rotta nelle attività della Fondazione. Lo choc e l'indignazione con cui la società civile reagì all'atto vandalico ai danni dell'Arco di Trionfo ci fecero capire che i nostri anni di lavoro sui monumenti, attraverso i restauri, non erano trascorsi invano. Ma non bastava. Ora bisognava lavorare sulla formazione delle generazioni più giovani, affinché, attraverso la conoscenza, sentissero i monumenti come parte integrante della loro storia e imparassero ad amarli e rispettarli. E quale interlocutore privilegiato di questa avventura scegliemmo la Scuola, che tanta parte ha nel processo di formazione dei cittadini».

Nasceva una scommessa destinata a formare una nuova consapevolezza tra i cittadini, soprattutto tra i giovani. Una scommessa non ancora vinta del tutto, ma sicuramente un sasso lanciato nello stagno, un seme destinato a crescere e a germogliare. Il progetto cominciò a prendere forma, e nel 1992 nacque «La scuola adotta un monumento». Così, nel giro di pochi mesi, e in piena stagione di Tangentopoli, ben 121 monumenti napoletani vennero affidati agli alunni di altrettante scuole napoletane. Che hanno ritrovato in questo modo un legame forte con la propria storia. E, anche se inconsapevolmente, con la propria memoria.

Un'altra esperienza di scoperta e riappropriazione del nostro passato è stata «Monumenti Porte Aperte», che ha debuttato il 9 e il 10 maggio 1992 ed è stata all'origine di tutti i «Maggio dei monumenti» che sarebbero venuti dopo. Concepita sull'esempio dell'iniziativa Portes Ouvertes sur les Monuments Historiques, inaugurata in Francia nel 1984, ed estesasi a partire dal 1991 a diversi Paesi europei, sotto l'egida del Consiglio d'Europa, con il nome European Heritage Days, la manifestazione, promossa dalla Fondazione in collaborazione con le principali istituzioni cittadine, trasformò la città, sia pure soltanto per due giorni, in un grande museo all'aperto, accessibile a tutti, consentendo ai napoletani (e non solo ad essi) di percorrere itinerari culturali tradizionalmente riservati agli studiosi e di varcare, in non pochi casi per la prima volta, le porte di oltre duecento monumenti, noti e meno noti, molti dei quali chiusi da decenni e perciò negati. L'obiettivo, ieri come oggi, è quello di ritrovare, in quei segni indelebili del passato che sono i beni culturali, le radici della nostra identità come individui e come membri di una comunità.

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Questo esperimento di educazione permanente ha segnato un'epoca. Si potrebbe dire che c'è stato un prima e un dopo «La scuola adotta un monumento». Così come c'è stato un prima e un dopo «Monumenti Porte Aperte». Da allora, forse, abbiamo imparato a guardare la città con occhi diversi. Tutto il resto è venuto dopo. Il cosiddetto Rinascimento napoletano, l'entusiasmo per la prima stagione da sindaco di Bassolino, i fasti del G7 del 1994 a Napoli, nato da un'idea di Carlo Azeglio Ciampi, futuro Capo dello Stato, che guidava un governo tecnico nei giorni drammatici fra Tangentopoli e le stragi.

L'impegno dei Barracco per far «cantare i monumenti», per usare l'espressione di Paul Valery, è proseguito in tutti questi anni con altre iniziative nazionali ed europee, fino a raggiungere recentemente il Brasile con Porto Alegre e l'Argentina con Buenos Aires. Il disegno originario continua a crescere attraverso concorsi, progetti internazionali, archivi digitali (come l'Atlante dei Monumenti Adottati), giornate nazionali e video realizzati da studenti di tutta Italia. Al progetto europeo «La scuola adotta un monumento» hanno già aderito oltre 400 istituti da Amsterdam ad Atene, da Dublino a Copenaghen, da Vienna a Stoccolma. Ma al di là dei numeri, resta il senso di una scommessa: «adottare un monumento» non significa solo conoscerlo, ma anche prenderlo sotto tutela, e perciò averne cura, vegliare sulla sua conservazione, diffonderne la conoscenza e promuoverne la valorizzazione. Una sfida che resta attualissima oggi, a fronte del degrado, al quale spesso non facciamo neanche più caso, che continua ad avvolgere (spesso a sommergere) i nostri monumenti e i nostri luoghi della memoria. 

Ultimo aggiornamento: 27 Giugno, 06:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA