Napoli città-enigma: scrittori e poeti persi nel labirinto

di Vittorio Del Tufo

«C'è chi viaggia per perdersi e chi viaggia per ritrovarsi»
(Gesualdo Bufalino).
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«Il dolore dei napoletani di tutti i ceti è purtroppo autentico, pensai. Essi inventano Napoli, si raccontano con qualche enfasi, con qualche compiacimento; ma trovano sollievo e consolazione in questo recitarsi: il giorno in cui deponessero o frantumassero lo specchio innanzi al quale si mettono a soffrire, non vorrei essere né a Napoli né vivo». C'è un passaggio segreto, a Napoli, da qualche parte, che conduce dalla finzione alla vita, e viceversa. I napoletani hanno imparato a percorrerlo e Giuseppe Marotta, nell'immediato dopoguerra, lo descrisse in modo straordinario in uno dei racconti (La inventano) che compongono la raccolta L'oro di Napoli, del 1947.

Lo specchio innanzi al quale si mettono a soffrire.

Che Napoli sia una città inventata, finta, «espressa minuto per minuto da innumerevoli Eduardo e Peppini e Titine De Filippo, sullo sfondo di ingenui e fragilissimi scenari», Marotta non era (e non è) l'unico a sostenerlo. Da una parte c'è una Napoli cantata, narrata e rappresentata da tanti scrittori, originari del luogo o visitatori illustri; dall'altra ci sono i veri napoletani, i quali, molto probabilmente, hanno finito per credere di essere simili ai personaggi cantati, narrati e rappresentati dai loro scrittori. Tra la finzione e la vita, dunque, c'è solo una sottilissima differenza. In questo labirinto di specchi si muovono le pagine di Viaggio in Italia, un libro molto particolare che la saggista e ricercatrice Marialaura Simeone ha dedicato agli «itinerari letterari da Nord a Sud» (Franco Cesati Editore).
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Napoli! Tu cuore di uomini che sempre ansima
nudo, sotto l'occhio senza palpebre del Cielo!
Città elisia, che calmi con incantesimo
l'aria ammutinata e il mare! Essi attorno a te sono attratti,
come sonno attorno all'amore!
Metropoli di un Paradiso in rovina
da tempo perduto, di recente vinto, ma pure ancora solo a metà riconquistato

(Percy Bysshe Shelley, Ode a Napoli)
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La Napoli che a Shelley parve «la Metropoli di un Paradiso in rovine» è stata raccontata ampiamente dai viaggiatori stranieri, che ne rimasero stregati, in molti casi congestionati. Percy Bisshe Shelley aveva di certo buoni motivi per restarne congestionato: l'arrivo in città dello scrittore e della moglie Mary (era il 1918 e la coppia soggiornò al civico 250 della Riviera di Chiaia) fu piuttosto traumatico: «Appena entrato a Napoli - scrisse Percy Bysshe - assistetti a un assassinio. Un giovane balzò fuori da una bottega, inseguito da un uomo con un bastone e armato di coltellaccio. L'uomo raggiunse il giovanotto e, con una coltellata nella schiena, lo distese morto in mezzo alla via. Quando manifestai la mia commozione e il mio orrore, un frate calabrese che viaggiava con me, ridendo di cuore, tentò di placarmi». (Carlo Raso, Golfo di Napoli, guida letteraria).

La Napoli di Shelley e quella di Wilde (che all'ombra del Vesuvio ultimò la Ballata del carcere di Reading); la Napoli di Dostoevskij e quella di Stendhal. Se molti autori stranieri fecero ampio saccheggio di retorica e luoghi comuni, altri, al contrario, si scagliarono contro gli stereotipi più diffusi. È il caso - ricorda la Simone - di Goethe, il quale nel 1787, «dissentendo dalla guida, allora molto in voga, di Johann Jacob Volkman (Notizie storico-critiche dell'Italia) che parlava di trenta-quarantamila oziosi in città», decretò che si trattasse di una convinzione tutta settentrionale, e nell'osservare gli abitanti sostenne di aver visto «molta gente mal vestita, ma nemmeno uno che sia disoccupato». A Sartre la città trasmise invece sensazioni stranianti: «Vi giunsi dal mare, un mattino di settembre, e lei mi accolse da lontano con dei lampi polverosi; passeggiai tutto il giorno in strade diritte e larghe, Corso Umberto, via Garibaldi, e non seppi vedere sotto la pomata, le pieghe sospette che quelle strade hanno ai loro fianchi. Verso sera mi ero arenato ai tavolini del caffè Gambrinus, davanti a una granita che vedevo sciogliersi malinconicamente... Girai la testa, vidi a sinistra via Roma che si apriva, scura come un'ascella. Mi alzai e mi ingolfai tra quelle alte muraglie. Ancora una delusione: questa ombra calda, vagamente oscena, non era che un sipario di nebbia».
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Un paio di occhiali possono cambiare la percezione della realtà. Sono quelli indossati da Eugenia in uno dei racconti più famosi de Il mare non bagna Napoli di Annamaria Ortese. Una strepitosa metafora che ci riporta alla Napoli del dopoguerra e ai suoi sfinimenti, la città «in mille pezzi», straboccante di grida e colori, dove la Ortese era tornata nel 1945 con i genitori e la sorella Maria. Dopo aver indossato quel paio di occhiali, Eugenia resta smarrita di fronte allo spettacolo miserabile del vicolo. Smarrita a tal punto da sentirsi estranea a quell'orrore, da volerselo scrollare di dosso. Per rifugiarsi nel suo mondo parallelo, il suo mondo di nebbia, trasfigurato dalla miopia, che pur impedendole di mettere a fuoco le immagini le consente però di restare al riparo da ciò che le appare intollerabile.

Sono tanti gli autori che, nel corso dei secoli, hanno indagato la doppia anima di Napoli, l'immagine reale e quella cantata, narrata e rappresentata, le zone d'ombra che si affacciano, come intercapedini, tra la finzione e la vita. E allora eccoci tra le meravigliose pagine di Raffaele Viviani, «che recitò se stesso e la vita del suo popolo nel primo Novecento». Le sue commedie ci guidano per molte strade: da Via Toledo di notte alla Ferrovia, da via Partenope a Porta Capuana. Ed ecco Eduardo De Filippo, il cui estro ha creato Filomena Marturano, uno dei personaggi più noti del nostro teatro, talmente immortale da aver prestato il nome a una via del quartiere di Ponticelli. E il grande Francesco Mastriani, che ci porta tra le anime pezzentelle della chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco in via dei Tribunali, «dove al di sotto dell'edificio principale si trova un'altra chiesa, in cui sono conservati resti umani risalenti ai secoli passati; tra i più famosi il teschio di Lucia, dotato di diadema e velo da sposa».
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Ma Napoli è solo un tassello, un capitolo, di un mosaico narrativo più ampio. Un lungo viaggio tra le suggestioni letterarie del nostro Paese in compagnia di scrittori del calibro di D'Annunzio, Hemingway, Savinio, Buzzati, Gadda, Pasolini, Pirandello, Dante, Pratolini, Lawrence e Deledda, per citarne alcuni. Da Venezia alla via Emilia, da Ravenna alle Langhe di Pavese e Fenoglio. «Le parole degli scrittori - spiega l'autrice - hanno la capacità di farci immaginare i luoghi che fanno da cornice e sfondo alle storie che raccontano: la periferia romana, i trafficati viali milanesi, le calli di Venezia, le morbide colline delle Langhe...». Perché in fondo, per dirla con Cesare Pavese (La luna e i falò), un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Perché «un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra, c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».
Domenica 18 Novembre 2018, 20:00
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