Ambiente, la protesta
diventa un autogol

Venerdì 24 Novembre 2017 di Chicco Testa
Quando migliaia di cittadini, quasi mezza città, scendono in piazza contro una struttura per lo smaltimento dei rifiuti, non un inceneritore o una discarica, ma un più prosaico impianto di compostaggio diventa onestamente difficile trovare spiegazioni razionali. Soprattutto mi sembra del tutto fuorviante qualificare quella protesta come ambientalista. Gli impianti di compostaggio servono proprio a ciò che gli ambientalisti si propongono. Servono infatti a trasformare una parte dei rifiuti in materiali utili per l'agricoltura. Sono una parte di quella tanto citata economia circolare che ha come obbiettivo chiudere il cerchio trasformando i rifiuti in nuove materie prime.

Né si può dire che abbiano un impatto ambientale particolarmente rilevante. Certamente inferiore a tante altre fonti di inquinamento a cominciare dal traffico cittadino. Più facile pensare che altri motivi di disagio siano alla base della protesta e che il povero impianto di compostaggio diventi il capro espiatorio di altri problemi. Certo a ciò contribuisce la continua criminalizzazione che in modi diversi è stata fatta di tutta la filiera di trattamento dei rifiuti. Come se essi non facessero parte della nostra vita e non fossero una conseguenza dei nostri livelli di benessere. Profeti irresponsabili ci hanno spiegato che produrre rifiuti è una colpa e che il nostro obbiettivo deve essere quello di zero rifiuti. Già. Ma nel frattempo? Nel frattempo che facciamo, visto che di rifiuti ne produciamo e che gli impianti di compostaggio servono proprio al loro riutilizzo?

Nel frattempo si redigono piani, ci si augura un futuro radioso, si rinvia ogni scelta e si protesta contro quei pochi che hanno il coraggio di assumersi la responsabilità di decidere.
Emblematico il caso di Roma. La pressoché totale assenza di impianti di smaltimento di alcun genere fa sì che circa l' 80% dei rifiuti prodotti dalla Capitale venga smaltito nel Nord di Italia o addirittura all'estero. Con fatti paradossali. Ogni giorno 170 camion di stazza notevole lasciano la capitale per portare le bucce di patate dei romani nel nord Italia, dove gli impianti di smaltimento esistono, e poi se ne tornano vuoti. Percorrendo ogni giorno 1500 chilometri e producendo emissioni inquinanti che lascio ad altri calcolare.
C'è da domandarsi anche per quale ragione queste proteste siano particolarmente forti nel Sud di Italia, mentre al Nord risulta presente un discreto numero di impianti di ogni genere per lo smaltimento, compresi quelli per il compostaggio. Anzi. Molte città e Regioni del Sud pagano quelle del Nord per prendersi cura dei loro rifiuti. Un trasferimento di ricchezza contrario alla logica e alla convenienza. O forse la mancanza di una cultura industriale adeguata.
  Ultimo aggiornamento: 12:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA