Vincenzo Salemme si scopre scrittore: «Nulla è come sembra se c'è di mezzo l'amore»

Giovedì 6 Dicembre 2018 di Titta Fiore
Vincenzo Salemme ha i minuti contati: ha appena finito a Formia le riprese in notturna del film «I compromessi sposi» con Diego Abatantuono e già corre alle prove della nuova commedia «Con tutto il cuore» che domani debutta a Caserta e a Napoli arriverà in marzo al Teatro Diana. È stato nella giuria di qualità di «Tale e quale show» con Carlo Conti e ora Fabio Fazio lo reclama a «Che tempo che fa». Insomma, giorni frenetici. Ma non basta. Nei ritagli di tempo l'attore e commediografo ha scritto anche un libro, un romanzo noir che s'intitola La bomba di Maradona (edito da Baldini-Castoldi) che presenterà ai lettori napoletani sabato prossimo, alle 12, nel corso di un firmacopie nel Mondadori Bookstore di Piazza Vanvitelli. Al centro della storia, che si legge tutta d'un fiato, ambientata in una Napoli ambigua e intrigante, l'assassinio di un giudice anticamorra sotto scorta per un'inchiesta sui rifiuti tossici. Nell'esplosione dell'auto, saltata in aria con un grossa carica di esplosivo, la «bomba di Maradona», appunto, il magistrato muore sul colpo, mentre sua moglie, incinta all'ottavo mese, spira dopo aver dato alla luce il loro bambino. Dieci anni dopo, su quel caso mai davvero risolto, tornerà, per farci un film per la tv, un regista capace e disilluso, affiancato nelle indagini da un giornalista di lungo corso e da una giovane stagista piena di energia e di entusiasmi. Naturalmente non mancano i colpi di scena, conditi con l'ironica malinconia propria della scrittura dell'autore, che sa attingere alla commedia dell'arte come ai classici del genere noir.

Allora Salemme, eccola diventato romanziere.
«In verità avevo scritto un soggetto per un film drammatico su un attentato, ma non era facile montarlo, la mia storia di autore è molto votata alla comicità. L'amico e socio produttore, Giampiero Mirra, mi suggerì di trasformarlo in romanzo, e così io mi sono divertito a scriverlo».

Perché ha scelto la chiave del noir?
«Perché sono un lettore appassionato di gialli e di thriller, soprattutto americani. Mi piacciono i libri di Connelly, di Jeffery Deaver e il primo Ken Follett, di una bravura pazzesca».

E gli italiani?
«Ammiro molto Camilleri e il nostro De Giovanni, bravissimo, mi piacciono Dazieri, Carlotto e Lucarelli e i thriller di Luca Di Fulvio che per certi versi mi ricorda Stephen King».
 
I suoi protagonisti indagano su una vecchia inchiesta, come in un gioco di scatole cinesi.
«Perché nulla è come sembra e nessuno è come dice di essere. Difficile separare il bene dal male, soprattutto quando c'è di mezzo l'amore. Il mio libro parla proprio delle tante sfumature che può assumere l'amore».

Sfumature pericolose?
«Anche. Da forza positiva l'amore può trasformarsi nel suo opposto, può diventare una forma di cecità, fino a cambiare la natura dell'uomo. L'amore è un sentimento sopravvalutato, perché mette insieme troppe variabili: ti può consumare, far dimenticare la realtà delle cose, può diventare un allucinogeno, generare possessività, odio. A un personaggio di una mia commedia facevo dire: Non si può amare per essere felici, bisognerebbe essere felici per poter amare. Almeno, io la penso così».

Il giudice che muore nell'attentato indagava sui rifiuti tossici: un tema molto sensibile per la Campania.
«Un problema per l'umanità, mica solo nostro. Diciamo che per molti aspetti Napoli è l'avamposto del mondo occidentale, un territorio all'avanguardia in tutti i sensi».

Nella storia i figli hanno il loro peso e il libro ha una dedica molto tenera: «A mia figlia, che corre felice sulla spiaggia di Miliscola inseguendo i nonni...». Ce ne vuole parlare?
«Molti anni fa io e mia moglie perdemmo una bambina appena nata, l'avevamo chiamata Sara... Ecco, io considero sempre che ce l'ho, una figlia, magari mi sente... L'ho immaginata felice sulla spiaggia della mia fanciullezza, assieme ai miei genitori da giovani. Li penso sempre così, com'erano negli anni Sessanta, un'epoca di leggerezza e di fiducia nel futuro. Se quelli della mia generazione, i cinquanta-sessantenni, non sono tanto male, è perché hanno respirato quell'atmosfera lì. Vorrei che i ragazzi di oggi potessero vivere con la stessa positività».

Il tempo che passa le fa paura?
«Mi dispiace per le persone che si perdono e che lasciamo per strada. Dovremmo portarci tutto dietro, come le matrioske russe. Mi viene in mente una poesia di Eduardo, 'A sagliuta, dice: Chi more doppo, more overamente'. Il tempo che passa non mi fa paura, m'immalinconisce».

Che cosa apprezza della maturità?
«Ho capito davvero che la vita è una e ogni giorno che viviamo passa per sempre. Quindi, cerco di vivere appieno, facendo quel che mi appassiona».

Dopo il teatro, il cinema, la scrittura, quali territori vorrebbe esplorare?
«Ogni lavoro è una strada nuova, una nuova avventura. Mi piacerebbe fare un'esperienza alla radio... In ogni caso, cerco sempre di rimanere onesto con me stesso, di non vendere quel che non sono né di sembrare più importante di quel che sono».

Che cosa le ha dato l'incursione nella scrittura?
«È stata un'esperienza curiosa, il libro mi ha fatto compagnia. I personaggi ancora ce li ho addosso, li sento, come se fossero la mia famiglia». © RIPRODUZIONE RISERVATA