Elena Ferrante alla sbarra: processo all'autrice de «L'amica geniale»

Sabato 15 Febbraio 2020 di Giovanni Chianelli

Il pubblico ministero è un filosofo, Bruno Moroncini. L'avvocato della difesa è Matteo Palumbo, un docente universitario di letteratura. Il cancelliere, ovvero il moderatore, lo scrittore Paolo Di Paolo. Emetterà la sentenza Titti Marrone, giornalista, in veste di giudice. Imputata, in contumacia, Elena Ferrante. Il tribunale è nel foyer del teatro Bellini, dove oggi alle 11,30 si celebra il processo alla scrittrice attraverso «Encomio a Elena/processo alla Ferrante», come è stato intitolato dall'associazione Laterzagorà che ha organizzato l'iniziativa.

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«La notizia criminis è questa: è possibile confrontarsi con la Ferrante senza risultare invidioso se la si critica, gregario se la si celebra e vigliacco se la si ignora?» si chiede Marinella Pomarici, presidente dell'associazione. Stando al gioco, il fumus è il successo planetario della tetralogia che va sotto il nome di L'amica geniale, in questi giorni rappresentata in tv, con grande successo, dalla omonima serie. «Ci siamo chiesti se era possibile spettacolarizzare un fenomeno letterario, dato che di solito l'editoria non riceve tanta attenzione. Perciò abbiamo fatto ricorso a questa formula». È proprio sulla presunta letterarietà dei libri della Ferrante che verte l'impianto accusatorio di Moroncini: «Il fenomeno va analizzato più dal punto di vista della sociologia di massa che della letteratura, con cui i libri della scrittrice c'entrano fino a un certo punto». La tesi che sosterrà è questa: «Più che l'intreccio vedo l'intento di una scrittrice che vuole mostrare, tramite il suo personaggio, come una persona nata in un ambiente di analfabeti arrivi a scrivere un romanzo. È una narrativa più o meno realistica, alla Saviano, che per me non ha molto di letterario».
 


Palumbo è al contrario un ammiratore dell'autrice misteriosa: «Il nostro immaginario può ospitare sia forme sofisticate che forme semplici. Io traggo un divertimento intellettuale notevole, ascoltando una bella storia. L'arte di narrare è sempre affascinante, fa nulla che abbia un registro semplice, per quanto non banale». Il docente però ridimensiona il suo ruolo: «Non credo che la Ferrante abbia bisogno di avvocati difensori», mentre si dice non particolarmente interessato alla sua identità: «Non penso che la biografia possa influire sulla bellezza di un testo. Joyce era pieno di guai economici, questo non gli impedì di creare Dubliners o l'Ulisse». Infine alla Marrone spetta il verdetto: condanna, assoluzione, o archiviazione del caso? Il fatto letterario sussiste o no?

Di Paolo tempo fa fu al centro delle polemiche per un articolo piuttosto critico sulla tetralogia: «Sostenevo che è giusto interrogarsi sull'esistenza di un autore, cosa succederà quando un software riuscirà a creare un romanzo? Credo sia legittimo rivendicare il diritto alla critica ed è bello che un libro divida in tifoserie, di solito con la narrativa non succede», dice. In questo caso invece accade perché «si tratta di un caso di dimensioni fuori misura rispetto all'editoria recente, di infiltrazione di queste opere nell'immaginario. Pensiamo a ciò che è successo negli Stati uniti, dove si è scatenata una Ferrante Fever e adesso anche altri registi vogliono trasformare le opere della scrittrice in film».

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