Martina, la piccola di casa Oliva:
«Salirò sul ring nel nome di papà»

Sabato 20 Luglio 2019 di Francesco De Luca
Quella foto nell'album su Facebook è tenerissima. «Ho 4 anni e quelli sono i miei primi guantoni». Colore rosso, come quelli che indossava papà Patrizio. Martina, classe 1999, è la piccola di casa Oliva. Suo padre, sessant'anni ottimamente portati, è stato campione mondiale e olimpico di boxe. E poi tante altre cose in questo mondo, e non solo, perché recita in teatro e tiene conferenze motivazionali nelle aziende, l'ultimo impegno è stato come testimonial delle Universiadi. Martina, la piccola di casa, diplomata presso l'istituto alberghiero, ha un grande sogno. «Affrontare il primo match della mia vita: ho una grandissima passione per il pugilato».

Lei si allena ma non ha ancora combattuto.
«Proprio così. Mi alleno nella PalExtra, la struttura di Soccavo gestita da Milleculure, la società di mio padre e altri campioni dello sport napoletano. Siamo un bel gruppo, uomini e donne, non solo ragazze: c'è anche una bravissima cinquantenne».
 
Che effetto fa essere allenati dal papà campione?
«È il migliore istruttore possibile, ovviamente. Lo sollecito io. Facciamo le figure, dai. Oppure: andiamo al sacco».

Quando è entrata per la prima volta in palestra?
«A 14 anni, però da due mi alleno più intensamente, con il pensiero di fare qualcosa in più del pugilato amatoriale. C'era l'idea di iscrivermi al corso per addestratori federali, poi ho pensato di continuare ad allenarmi. Per poter affrontare un match. Quando, però, ancora non lo so».

Ci vuole molto tempo?
«Ci vuole la preparazione necessaria, perché non si può sbagliare. Devo migliorare sulla difesa, anzitutto».

Lo dice papà?
«Lo verifico anche io negli allenamenti. Papà è un tecnico affettuoso nella guida».

Lo vorrà all'angolo nel primo match?
«E lo chiede pure? Senza di lui non salirei mai sul ring».

Affetto familiare?
«E anche grande considerazione della sua capacità di insegnare ai giovani, insieme agli altri tecnici: Joshua Boateng, Bruno Valente, Fabrizio Di Meo e Paolo Casalino».

E solo per affetto familiare si è appassionata alla boxe?
«I primi guantoni li ho visti a 4 anni, poi ho conosciuto la carriera di papà attraverso i filmati delle sue vittorie più importanti, dalle Olimpiadi ai titoli europei e mondiali».

Sport per ragazze dure?
«Ma il pugilato è uno sport che si adatta bene a una donna: la femminilità non riguarda la divisa che indossi o la disciplina che fai, è nella testa di una persona».

Nella PalExtra vi allenate insieme, uomini e donne. Ma allora nello sport non c'è maschilismo?
«Purtroppo sì e il discorso non riguarda il singolo sport. Nel nostro gruppo c'è una grande apertura e un grande affiatamento, però in generale non è questo l'atteggiamento. Ed è sbagliato perché le conquiste delle donne, chiamiamole pure le vittorie, sono pari a quelle degli uomini. Basta vedere l'elenco delle medaglie che vengono conquistate in ogni competizione, anche nell'Universiade che si è appena conclusa».

Ha mai picchiato forte contro un pugile?
«Sono allenamenti, i nostri. Ma la boxe ti insegna un mucchio di cose, fare a cazzotti è un altro discorso. Io, grazie a questo sport, ho battuto un avversario vero».

Quale?
«La timidezza. Parlavo pochissimo, stavo spesso con gli occhi bassi e invece il pugilato mi ha aiutato a crescere e a superare questi imbarazzi. Ecco, questa è stata una vittoria importante. Se vogliamo chiamarla terapia, diciamo pure che è così».

Lei ha una pugile per modello?
«E che modello potrei mai avere, se non quello che ho in casa, cioè il migliore?»

La sua categoria, quando infilerà i guantoni per il primo match ufficiale, quale sarà?
«Leggeri». Papà Patrizio era superleggero. Ultimo aggiornamento: 08:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA