Napoli, il debutto di Ringhio Star:
urla e un solo minuto per bere

Mercoledì 11 Dicembre 2019 di Pino Taormina
Inviato a Castel Volturno

Padre e figlio. Già, come Cesare e Bruto. Ma tant’è. Carlo è stato chiaro con Ringhio: visto che hanno deciso di mandarmi via, meglio tu di un altro. Il primo giorno di Rino Gattuso, ragazzo di Calabria, scorre a velocità della luce. La chiamata all’uomo che per 400 e più partite ha avuto come allenatore, la sua benedizione (che altro poteva fare?), il secondo incontro con De Laurentiis, Chiavelli, Giuntoli e tutto lo stato maggiore del club azzurro a Castel Volturno, la firma sul contratto (al solito, pieno di clausole) e infine la cosa più importante: il primo allenamento.

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Ci sono allenamenti che si devono vedere ed altri che sono uno spettacolo solo ad ascoltare. Come quello di Gattuso. Uno show di urla, incitazioni, arrabbiature, sfoghi. Anche se poi per stemperare la tensione e rompere il ghiaccio con la sua nuova squadra prende parte al torello iniziale. 

La sua voce prende il sopravvento su ogni cosa: l’hotel adiacente il campo è pieno di giovanissime danzatrici, lì per un saggio. Ma nonostante lo schiamazzo, il vocione di Rino domina su ogni cosa. «Non dovete avere paura di sbagliare»; «avete solo un minuto per bere», «non mi importa se perdiamo palla, giochiamola». Ed è così, per un’ora e mezza. Un sergente di ferro volevano, e un sergente di ferro hanno trovato. 

Il suo è un allenamento senza sosta, con sollecitazioni continue per Lorenzo Insigne, la cui operazione «recupero» è una delle mission della ditta Gattuso. La squadra capisce subito che il registro è cambiato, che i metodi sono severi. Lo hanno invocato loro e sono stati accontentati. Adesso, non ci sono più alibi. C’è De Laurentiis a bordo campo ad assistere alla lunga seduta. Ed è ammirato dal metodo di lavoro dell’ex tecnico del Milan. Non è ancora il tempo di ammetterlo: ma Ancelotti era come un professore di università che pretendeva di dare lezione a degli scolari delle scuole superiori. Insomma, troppo. Da qui la crisi di rigetto. 



De Laurentiis arriva prima di Gattuso a Castel Volturno. Lo attende per completare il contratto: firma per sei mesi per 1,5 milioni di euro lordi. Ma con una clausola unilaterale di rinnovo automatico in caso di piazzamento tra le prime 4 della serie A. In questo caso, nella prossima stagione guadagnerà 3 milioni lordi. C’è anche un premio per la vittoria in Coppa Italia, oltre a tanti bonus. Si ferma a parlare con la squadra quando attorno alle 14 si ritrova per l’allenamento slittato al pomeriggio proprio per consentire l’insediamento di Gattuso. «È un tecnico con le giuste motivazioni, dovevo cambiare per dare una scossa», la sintesi del pensiero espresso alla squadra. 
Poi è la volta del nuovo allenatore. «Sono io sorpreso di essere qui, perché voi siete davvero una grande squadra, credo tantissimo nel vostro valore e sono sicuro che voleremo altissimo». La squadra ascolta. La reazione deve essere immediata. Già con il Parma.
 
 

Ma De Laurentiis ha una fitta al cuore. Certo, avrebbe preferito le dimissioni di Ancelotti, ma i pochi giorni di tensione non possono far dimenticare l’anno e mezzo vissuto d’amore e d’accordo. «Devo ringraziare Ancelotti. Io rimango suo amico, lo ero prima e lo rimango ora. Tra noi c’è un rapporto limpido, sincero, non è vero che ci siano stati dei dissapori o dei contrasti, mi spiace che le cose siano andate così, tra marito e moglie qualche volta ci si lascia ma se ho deciso io di farlo è stato per non rovinare il suo limpidissimo palmares. Abbiamo coltivato un sogno ma ci siamo svegliati all’improvviso». Svela. «Gli ho detto: caro Carlo meglio dividersi e andare ognuno per la propria strada». 

Poi si lancia in una battuta, forse una frecciatina, quando Gattuso parla dei successi di Ancelotti. «E se mi fai il 10 per cento di quanto fatto da lui a Napoli, allora sono dolori...». Lo ribattezza Ringhio Starr, il batterista dei Beatles. Ma Gattuso non pare fare salti di gioia. Poi ammette: «Rino ha assimilato nel passato il Napoli osannato di Sarri (che chiama Arrigo, pensando a Sacchi, ndr) e lo ha portato al Milan dove è arrivato quinto». Quasi una scelta nostalgica, sembrerebbe. La consapevolezza che nel dna di questa squadra c’è il 4-3-3 come sistema di gioco. Lo avevano capito tutti. O meglio, quasi tutti. Ora si torna al passato.Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 12:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA