Napoli, c'era una volta Ciro:
è allarme Mertens, non segna più

Lunedì 11 Febbraio 2019 di Pino Taormina
C'è qualcosa di impalpabile e oscuro nella crisi di Dries Mertens, l'uomo del gol perduto, l'ex falso nove dalle uova d'oro che ha segnato un solo, misero gol, negli ultimi tre mesi di campionato. Per il belga, segnare è sempre stata l'unica sua ricchezza, l'unica carta di credito nei confronti del futuro. Una vocazione improvvisa che ha perduto. D'un colpo. Nell'epoca degli attaccanti classici, potenti e acrobatici, forti e coraggiosi, lui ha stupito negli ultimi due anni per la concretezza sotto porta nonostante il fisico di uccellino: 28 reti due stagioni fa, 18 l'anno scorso. Con Ancelotti una partenza a razzo, con 7 gol nelle prime 13 gare e poi il black out.

Questo è il punto. Ciro Mertens non c'è. È un fantasma. Perché, a parte la sfortuna e le parate del bravo Lafont, il risultato con la Fiorentina si spiega anche con la strage di palle gol, ciccate soprattutto da Mertens. Fuori casa, la montagna delle celebratissime punte azzurro non partorisce reti dalla trasferta di Cagliari: tre partite (più quella di Coppa Italia) senza segnare mai. Negli ultimi due anni, il belga non si è mai lasciato passare davanti al naso un paio di palloni senza ricavarne un «golletto». Eccolo, ora però è un fantasma. Ed è un problema che da qui alla fine del campionato, Ancelotti dovrà affrontare. Perché bisogna scacciare i fantasmi che sono dentro di Mertens, l'idolo dei tifosi, il ragazzo che incanta tutti per le sue donazioni, la sua beneficenza, le sue continue dichiarazione di amore nei confronti della città. Poi c'è il campo: perché un digiuno così lungo è sicuramente una brutta bestia che impigrisce la volontà. Ma Dries deve darsi una mossa.
 
Mertens era il figlio prediletto del gioco di Sarri dove l'attaccante non aveva bisogno di fisicità nell'occupazione degli spazi. Il movimento del Napoli creava gli spazi che nel perfetto rapporto spazio/tempo Mertens riusciva ad andare a occupare alla perfezione. Era una questione di fisica, nel senso che con la velocità di inserimento riusciva a creare lo spazio per l'occasione. Ed era quasi sempre gol. Inoltre, c'era molto meno campo da occupare e per uno capace di dare strappi come Mertens la cosa era fondamentale. In questa cornice, Mertens si è esaltato. E ha esaltato tutti i tifosi del Napoli. Ancelotti ha cambiato le carte in tavola e il belga non è riuscito ad adattarsi. Con Carlo, la punta ha la necessità è di andare in verticale: la differenza vien da sé. Quando Mertens gioca da prima punta è costretto a fare da vertice, a giocare di sponda. Gli tocca creare lo spazio prima di occuparlo e il lavoro è doppio in tal senso. Probabilmente è quello che lo porta ad arrivare poco lucido in zona gol. Di sicuro i suoi errori sono pesanti. Così come i suoi passi indietro nelle prestazioni. Certo, non esiste solo un caso Mertens, ma il suo digiuno preoccupa. Ciro segna col contagocce da 12 giornate e da quando ha subito la sua trasformazione da ala a centravanti (ottobre del 2016) non ha mai avuto un digiuno così dilatato.

Non è solo questione di gol, ma anche di prestazioni: sembra quasi che non riesca a reagire alle difficoltà. Ha lasciato il segno realmente poche volte: con la Roma e il Milan. E in Champions, a Parigi e con la Stella Rossa a Belgrado. Gli otto gol in campionato (4 in casa 4 in trasferta) li ha realizzati tutti di destro. 55 tiri complessivi, 28 nello specchio, 11 respinti, 15 fuori, 1 palo. Ha una conversione in rete del 17.1%. Però poi ci sono i numeri che lo tirano su: la partecipazione o la creazione a 17 azioni da gol e i 7 assist. Ancelotti non cambierà idea di gioco per lui. L'ex principe non può più tradire, dopo Firenze non gli è più consentito. I suoi errori costringono il Napoli a pagare un prezzo altissimo: la vittoria della Juventus sul campo del Sassuolo, spinge gli azzurri di nuovo a - 11 dal primo posto.
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