Napoli, se Ospina con un tuffo
ritrova l'orgoglio scalfito

Mercoledì 15 Gennaio 2020 di Marco Ciriello
Tre giorni a macerare, poi si risorge con una parata su rigore. David Ospina passa dal cantagiro delle gazzette e dei social che lo vedono: brocco, ingenuo, sprovveduto nei giudizi migliori a vecchio portiere che sa portare a casa la parata giusta, complice Pietro Iemmello, attaccante del Perugia. Cinquantesimo, le squadre hanno già la testa negli spogliatoi mentre l'arbitro Luca Massimi va al Var a riveder il braccio da pallavolista di Hysaj su cross di Diego Falcinelli, torna in campo ancora dubbioso, si consulta con i suoi, poi sì, azzarda, dopo due rigori al Napoli, il primo molto largo, dice rigore anche al Perugia, in una cencelliana distribuzione di tiri dagli undici metri.

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Iemmello si sistema il pallone e pensa che è la sua occasione, può dare a Serse Cosmi e al Perugia un secondo tempo di tentativi e può anche definitivamente condannare Ospina che viene da un disimpegno pasticciato che ne ha messo a dura prova i nervi nonostante la proditoria assunzione di colpa da parte di Monsieur Malaussène Gattuso dell'ultima partita di campionato; un passo a fare da rincorsa, piede destro e angolo destro colpendola d'interno, nessuna finta, dalla sua solo una certezza: non incrocia e non batte forte, e Ospina intuisce, si tuffa alla sua sinistra e col braccio sinistro, quello che tocca il terreno di gioco, la respinge, ritrovando se stesso, la tranquillità e negando al Perugia il secondo tempo di ricerca e al Napoli quello di gioco. Non una gran parata, piuttosto un tuffo per ritrovarsi, per andarsi a riprendere l'orgoglio finito in una piscina vuota scavata poco fuori l'area di rigore del Napoli all'Olimpico. E, di fatto, Ospina chiude la partita, con un gesto d'egoismo di cui aveva un bisogno disperato, avrà rivisto Ciro Immobile togliergli il pallone un milione di volte, si sarà rivisto esitante e goffo mentre viene beffato dall'attaccante laziale, uno scippo consentito, mentre lui e il Napoli rimangono ai confini del gioco passato, lontanissimi dalle abitudini calcistiche di questi anni. Un rigore parato in Coppa Italia diventa l'appiglio per rimettersi a sperare, ma fatte tutte le somme, sfilate le azioni, rimane ancora moltissimo da fare.

Ospina marca la differenza tra una caduta di tensione costata una sconfitta non che il pareggio servisse a molto e la parata regina, quella che regala sempre gloria al portiere, e lo riabilita, soprattutto se accade a poca distanza da un errore. Da Lazio a Perugia c'è il salto, ma del singolo calciatore, non certo del Napoli. La differenza sta nell'aver recuperato almeno un calciatore alla normalità, così mentre Rino Gattuso fa la telecronaca urlata della partita, Ospina ritorna in sé, senza nemmeno aver bisogno di un mental coach come Bonucci o di un padre spirituale come Acerbi, basta un rigore, per tornare a non essere vecchio, per rimettersi in pari, pronto a giocare ancora.

Merito a Gattuso per averlo schierato ancora una volta titolare. Il resto sta in un tuffo e in un allungo, lato giusto, tiro non imprendibile, ma rimane l'istinto, alla base del mestiere di portiere. Mai rassegnarsi a prendere gol, provare sempre a raggiungere il pallone, anche quando gira male, anche quando sembra già in porta. Il pallone per un portiere è sempre un inganno, viene incontro alle sue mani per sfuggire, viene lanciato col chiaro intento di superare quelle mani e quegli sforzi, e, così, ogni volta che quelle mani e quegli sforzi lo bloccano c'è uno scatto d'orgoglio, un cambiamento impercettibile e sfugge, lasciando l'ultimo uomo vittima della beffa.

Controllare queste paure dopo essere stati beffati non è facile, certo, Ospina ne ha viste tante, ma in porta, sulla linea, non se ne vedono mai abbastanza fino a quando non si smette. Per questo un rigore è sempre un duello western, cala il silenzio, e fischiano arbitro e pallone sempre meglio delle pallottole, d'accordo e poi c'è sempre uno che cade: il calciatore se non segna, il portiere se viene segnato. È un gioco semplice, eppure ogni volta che si ripete porta suspense, anche se è un rigore al parco, in cortile, o per strada, è l'essenza del calcio, il suo riassunto: uno contro uno, col pallone. Stare in porta è sempre più frustrante che vagare per il campo, si aspetta, su una linea, il proprio destino, e questo richiede un allenamento mentale superiore a governo degli angoli in un crescendo: l'angolo di porta, quello dell'area di porta e quello dell'area di rigore, l'unico punto senza angoli è il dischetto del rigore dal quale vengono i pericoli che parevano sventati. Ospina si trascina nel nome tutto il dolente compito che il ruolo di portiere richiede, pare una esclamazione di sofferenza: O(h)-spina (in spagnolo si dice espina, quindi con una vocale diversa cambia poco lo stesso: E(h)-spina), evocando il dolore possibile, la sua contiguità che s'annida nelle aree di rigore, e, lui, prova, ogni volta, ad opporsi a quella contiguità, a quella esclamazione, quindi a se stesso. A volte ci riesce a volte. Stavolta sì.
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