Musk mette Twitter a pagamento e viene travolto. Ma apre la via: finisce l'era dei social gratuiti

Musk mette Twitter a pagamento e viene travolto. Ma apre la via: finisce l'era dei social gratuiti
di Raffaele d'Ettorre
Mercoledì 16 Novembre 2022, 11:50 - Ultimo agg. 17 Novembre, 06:48
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C'era una volta il beniamino di internet.

Da quel 1995 in cui si presentò in punta di piedi sull’uscio della Silicon Valley, l’imprenditore sudafricano Elon Musk è riuscito pian piano a catturare il pubblico del web con la sua roadmap visionaria. «Fino alla luna», incalzava i suoi 1,3 milioni di follower su Reddit, anzi fino a Marte per colonizzarla con le missioni di SpaceX, mentre la Terra verrà avvolta dal mantello satellitare di Starlink e le smart city prospereranno cullate dal rombo delle Tesla. Uno slogan dopo l’altro, Musk è riuscito a prendersi internet, spopolando in special modo tra i Millennial, che, a colpi di meme, l’hanno presto incoronato re del web. La scalata al cuore degli internauti ha subìto però un brusco arresto lo scorso 28 ottobre, quando il magnate ha acquistato per 44 miliardi di dollari il “suo” social, Twitter, dove negli anni è riuscito ad ammassare una legione di 115 milioni di fedelissimi. Ma anche i fan della vecchia guardia adesso sono costretti a fermarsi e prender fiato, perché Elon ha appena svelato al mondo come sarà il Twitter di domani: un social dove chiunque – purché paghi – potrà avere la spunta blu, storico simbolo della società che indica come l’account in questione sia stato verificato e può essere perciò considerato attendibile. Per ottenerla, oggi bastano 7,99 dollari al mese. Un deciso cambio di passo: è la fine dell’era “internet e social gratuiti”, o meglio pagandoli con i propri dati, in cambio di una messe di contenuti non verificabili per qualità e verità? «Ormai siamo abituati a non pagare per i social spiega Simone Tosoni, docente di Sociologia Dei Processi Culturali e Comunicativi presso l’università Cattolica - ma di fronte a un modello di business nuovo e solido, che proponga contenuti di qualità e aggiunga nuove funzionalità, il patto tra utenti e aziende tech può essere rinegoziato». Insomma, un social a pagamento potrebbero anche funzionare ma «non nel modo in cui lo sta implementando Musk - chiosa Tosoni-  Questo è solo un caos distruttivo per il quale nessuno pagherebbe».

IL CAOS

Sul social è stata infatti subito rivolta. Apre la carica la comica Kathy Griffin cambiando il proprio nome in “Elon Musk”, con tanto di spunta blu a fianco. Immediata la ritorsione del milionario, che le blocca subito l’account («se vuoi puoi riaverlo – ha detto il patron di Tesla alla Griffin – pagando 8 dollari»). Lo stesso Musk che si scagliava avvelenato contro i meccanismi di «censura» del vecchio Twitter oggi accompagna alla porta chiunque si faccia beffe della nuova gestione, distribuendo il nuovo corso a colpi di ban e sospensioni. Ma nemmeno il pugno di ferro dell’imprenditore basta a placare i rivoltosi. Subito l’attore Tobey Maguire twitta l’arrivo in sala del quarto film di Spider-Man. Tripudio dei fan ma l’account è falso, anche se ha la spunta. Dietro l’operazione c’è il ventunenne Cade Onder, che per ottenere la verifica ha semplicemente pagato otto dollari. Proprio come suggeriva Musk. L’utente ha anche sottolineato che «dare la spunta senza controllare l’identità diventerà presto un problema serio». Detto, fatto: non passano 12 ore che il profilo (sempre “verificato”) di Super Mario twitta insulti razzisti, il produttore di banane Chiquita dichiara di aver rovesciato il governo brasiliano e la pagina satirica @Gesù sfoggia la sua personalissima spunta blu. L’account fittizio dell’azienda farmaceutica Eli Lilly afferma che da oggi «l’insulina è gratis», portando la vera Eli Lilly a bruciare 15 miliardi di dollari a Wall Street.

Su Telegram inizia la compravendita di username per account di personaggi noti e gruppi pubblici, mentre il finto team legale di Twitter fa sapere che «forse c’è qualche problema, ma ce ne freghiamo. Andate a piangere nel metaverso». “SpaceX” ammette che «sì, volevamo andare su Marte, ma poi abbiamo scoperto che è piuttosto lontano». Per Musk è troppo e venerdì 11, a meno di una settimana dalla sua introduzione, congela a tempo indeterminato l’esperimento della spunta a pagamento  mentre avvia il licenziamento di 3700 dipendenti (cioè metà della forza lavoro)

 I CONTI NON TORNANO

 L’era del “pago, dunque sono” sta gettando nel caos un social che ha sempre puntato tutto sulla credibilità. Netto qui il taglio con l’era Dorsey, che introdusse la spunta – ironicamente - proprio per frenare il dilagare dei fake. Gli stessi fake ai quali Musk, implementando un sistema simile senza un robusto sistema di controllo a monte, ha invece spalancato le porte. Blindando la credibilità degli account dietro un paywall, il nuovo ceo sceglie oltretutto la via più rischiosa per sanare i 13 miliardi di debiti approdati insieme a lui in azienda: recidere per sempre il legame tra la piattaforma e gli inserzionisti in un modello di business che trae il 90% delle entrate dalla pubblicità. E lo fa lanciando un chiaro messaggio agli utenti: se volete salvare un social che «perde 4 milioni di dollari al giorno», dovete pagare. L'azienda a detta dello stesso Musk, si trova «sull’orlo della bancarotta», mentre gli inserzionisti scelgono la via dell’esilio piuttosto che associare il proprio brand alla rivolta in atto. Volkswagen, General Motors, Pfizer e United Airlines hanno già abbandonato Twitter, altri li stanno seguendo a stretto giro. Per frenare l’emorragia il magnate continua a metterci del suo, vendendo azioni Tesla per 3,95 miliardi di dollari. Ma i primi segnali non sono incoraggianti. Il MIT Technology Review fa sapere che, dall’inizio della nuova gestione, circa 877mila account Twitter sono stati disattivati e altri 497mila sono stati sospesi. Molti stanno cercando rifugio sul social Mastodon, che intanto ha aperto 1.100 server per fare spazio a mezzo milione di nuovi utenti naufragati in fretta e furia da Twitter. A questi numeri fanno da contraltare quelli pubblicati da Wired: mentre Twitter crolla, l’engagement di @Musk è passato dallo 0,68% al 3,4%. E insieme ad esso continua a crescere il sospetto che il brand Musk finirà per fagocitare la tradizione elitaria della piattaforma fondata nel 2006 da Jack Dorsey, creando per tutti i social un pericoloso precedente. «O muori da eroe o vivi tanto a lungo da diventare il cattivo», recitava il Batman di Cristopher Nolan e recitano adesso i numerosi meme diffusi dai neo scontenti della gestione Musk. Fedelissimi fino a ieri, oggi preoccupati da un processo di cannibalizzazione che potrebbe lasciare i social in balia dei fake e di chi verrà incoronato re di internet dopo Elon, condannandoli ad un futuro in cui basterà pagare per essere qualcuno. Anzi, qualcun’altro.

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