Afragola. Rione Salicelle, la polizia «spiata» nel rione di pusher e clan

di Marco Di Caterino

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Afragola. Qui il Natale non è arrivato. È passato davanti allo svincolo dell'Asse Mediano di Afragola, tirando diritto. Ha solo sfiorato la discesa dalla sopraelevata, che va a morire tra gli isolati del rione Salicelle. Un “mostro” di cemento. Il rione delle mamme bambine che non hanno mai sentito una favola (e mai ne racconteranno), dei nonni a trent'anni e di tanti, troppi disoccupati che saranno tali fino alla pensione sociale. E dove davanti a tanti, troppi casi di baby mamme, di cui non si conosce il papà del figlio, il parroco la domenica tuona: «Non dovete violentare i bambini: l'incesto è un peccato gravissimo», per poi trovarsi proiettili nel cortile della canonica.

Prima di Napoli, qui è sorta la camorra 2.0. Che ha pescato a piene mani tra i tremila under 20 del quartiere. Una camorra ancora più violenta. E bombarola: venti ordigni fatti esplodere in meno di due mesi accanto alle serrande di attività produttive. Una camorra davvero padrona di questo disgraziato rione, che dà purtroppo ragione all'onorevole Bindi, quando afferma che «l'onorata società» è diventata parte dei geni della gente. Qui gli «occupati» nello spaccio conoscono alla perfezione tutti gli agenti del nuovo commissariato di polizia. Sono davvero pochi. E «‘o sistema» conosce alla perfezione le loro auto di servizio. E fa di più. Manda muschilli e ragazzotti a seguirli. Le piazze di spaccio «vogliono» sapere se hanno terminato di lavorare o se sono in giro a caccia di pusher, ladri e rapinatori. Un vero assedio. Una sfida quotidiana tra poliziotti e tutto il quartiere. Con piazze di spaccio attive a meno di venti metri dal commissariato, chiuse all'istante dai poliziotti e prontamente riaperte un po' più in là. O con veri e propri spettacoli pirotecnici, proprio nel piazzale di sosta antistante il posto di polizia, per salutare capo zona e personaggi di rispetto finiti in manette.

Ma quello che è accaduto nei giorni scorsi è davvero un guanto di sfida senza precedenti. Scandaloso. Gli agenti del commissariato di polizia, piazzato come uno scoglio in mezzo ad un mare di camorra e microcriminalità che si annidano tra i venti isolati del rione Salicelle, sono stati circondati, aggrediti e picchiati per due volte. La prima, perché avevano arrestato uno spacciatore, che è stato letteralmente strappato di mano ai due poliziotti di una volante. Il pusher, in men che non si dica, al grido «aiutatemi», è stato “soccorso” da un centinaio di facinorosi, tra i quali tante donne e bambini. I due agenti sono stati sbattuti e spazzati via come fuscelli da quella violenta onda umana, che si è portata via il pusher, ancora uccel di bosco. E che magari ogni sera, ancora porta a casa, da moglie e figli, una paga che oscilla tra i trecento e i settecento euro per un'intera giornata a vendere veleni di ogni tipo.

La seconda aggressione è stata se possibile ancora più violenta. Centocinquanta persone hanno impegnato una quindicina di poliziotti in un violento corpo a corpo, tra scale sbeccate e appartamenti blindati, perché questa volta gli agenti avevano «addirittura» arrestato Raffaele Barbato, 30 anni, ritenuto il reggente della cosca Bizzarro–Barbato (camorra 2.0), che scontava a casa sua, l'isolato 19, gli ultimi giorni di una pena a nove anni e mezzo per rapina in casa, sorvegliato solo dal braccialetto elettronico. Raffaele Barbato, fisico massiccio e barba nera da jihadista, per chi abita qui è una sorta di padreterno in terra. Con diritto di vita e di morte. Con la spocchia di avere in mano il cordone della borsa, dalla quale escono soldi per far mangiare ogni giorno un esercito di pusher, sentinelle, muschilli, corrieri della droga e i ricercati ”cuochi“ che ”cucinano“ tanto crack da soddisfare anche le piazze di Scampia. Il boss ai domiciliari era convinto di trascorrere il fine pena a casa. A comandare e dirigere le piazze. E invece il giudice di sorveglianza, per le sue attività e per gli incontri di “lavoro” con una pletora di pregiudicati, ha disposto che quella quarantina di giorni per il fine pena era giusto che li trascorresse in galera.

E apriti cielo. Il reggente della cosca, quando il tecnico della Telecom ha disattivato il braccialetto elettronico, ha capito che quello non era un normale controllo. E si è scagliato contro gli agenti alla stregua di un rugbista, e dopo essere uscito dalla finestra della sua abitazione al piano ammezzato dell'isolato 19 (il quartier generale del clan) è sparito. I poliziotti lo hanno immediatamente rintracciato al terzo piano dell'isolato 17, nell'abitazione di un suo familiare. La voce che le «guardie» avevano beccato il boss, si è sparsa in un attimo. Ed è scattata l'aggressione. Una lotta impari. Che alla fine ha visto quattro poliziotti al pronto soccorso, con prognosi di 20, 10 e 7 giorni. Ogni agente a fronteggiare dieci malintenzionati. Che hanno picchiato, scalciato, ricoperto di sputi, minacce e «maleparole», mentre i poliziotti si portavano via il prigioniero, sotto l'ennesima, infame forca caudina del Rione Salicelle.
Venerdì 8 Gennaio 2016, 12:54 - Ultimo aggiornamento: 08-01-2016 12:54
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