Elena Ferrante, prima intervista di persona: «Ecco perché scelgo l'anonimato»

Elena Ferrante per la prima volta da' una intervista di persona. Negli Usa sta diventando un caso nel caso il «botta e risposta» concesso dall'autrice di «Amica Geniale» a Paris Review.



La rivista americana pubblica il colloquio sul numero di primavera anticipandone stralci sul sito online ed e' la prima volta che la Ferrante si confida faccia a faccia con una testata giornalistica.



Nell'intervista la scrittrice affronta temi come la scrittura di genere, l'intelligenza collettiva dietro ogni opera letteraria, il suo desiderio di anonimato. Da ragazza - rivela ad esempio l'autrice che a un certo punto e' stata identificata con lo scrittore napoletano Domenico Starnone - Elena non voleva scrivere «come Madame de La Fayette o Jane Austen o le Bronte, ma come Defoe o Fielding o Flaubert o Tolstoi or Dostoyevski o perfino Hugo»: uno spiraglio intrigante che getta luce (o crea ombre?) su uno dei fenomeni letterari del momento.



La conversazione non e' stata condotta da intervistatori qualsiasi, critici letterari o giornalisti, ma dagli editori della scrittrice che non ha mai accettato di parlare con la stampa se non in rarissimi casi e sempre via e-mail. Sono stati gli editori di E/O Sandro Ferri, la moglie Sandra Ozzola e la figlia Eva a incontrare la Ferrante faccia a faccia. «Un'idea geniale, perche' ovviamente c'e' una differenza tra una intervista di persona e quella condotta per email», ha spiegato l'editore di Europe Editions, che pubblica i libri della scrittrice negli Usa: «Nel caso di Elena non c'erano alternative. Non vuole parlare di persona con estranei».



L'idea dell'intervista e' venuta al direttore di Paris Review Lorin Stein che ha suggerito l'escamotage: pur consentendo un contatto diretto, far parlare la scrittrice con i suoi editori «non avrebbe dissolto la cortina fumogena che Ferrante ha alzato attorno a se».



Nel colloquio la Ferrante affronta di petto il tema dell'anonimato spiegando come le ragioni del suo desiderio di restare senza volto sono cambiate negli ultimi venti anni: «Due decenni sono tanto tempo. Le ragioni delle decisioni prese negli anni Novanta sono cambiate. Allora ero spaventata dalla possibilita' di dover uscire dal mio guscio. Aveva prevalso la timidezza. Poi e' stata ostilita' per i media che non prestavano attenzione ai libri in loro stessi. Non e' il libro che conta, per loro, ma l'aura del suo autore».



Anche adesso, spiega la Ferrante, l'interesse primario del mantenere l'anonimato e' «una testimonianza contro la auto-promozione ossessivamente imposta dai media». Secondo la scrittrice, «questa richiesta di autopromozione diminuisce il lavoro vero in ogni tipo di attivita' umana ed e' diventata universale. I media non sono in grado di discutere un'opera d'arte senza trovarci dietro un protagonista. E invece non c'e' opera letteraria che non sia frutto di una tradizione, di una sorta di intelligenza collettiva che sminuiamo quando insistiamo che dietro ci sia un protagonista».
Venerdì 6 Marzo 2015, 17:41 - Ultimo aggiornamento: 06-03-2015 18:50
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