Avellino, armi in casa: l'ex consigliere
della Lega Genovese verso il processo

Sabato 11 Gennaio 2020 di Alessandra Montalbetti
Si va verso il rinvio a giudizio per l'ex consigliere comunale della Lega, Damiano Genovese. Il gip del tribunale di Napoli non ha ancora sciolto la riserva. Decisione, quella del gip De Lollis, che potrebbe giungere nelle prossime ore.
Per il 36enne, figlio del boss Amedeo Genovese (condannato all'ergastolo), è stato chiesto il rinvio a giudizio dal pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Napoli, Anna Frasca. Damiano Genovese è accusato di possesso di armi illegali e ricettazione, con l'aggravante del metodo mafioso. Il 36enne fu tratto in arresto per la detenzione di armi illegali il 24 settembre scorso, mentre le indagini sul suo conto sono state chiuse, dal pubblico ministero della direzione distrettuale antimafia di Napoli, Anna Frasca l'11 novembre con la richiesta al gip di fissazione dell'udienza preliminare e di rinvio a giudizio.
A Genovese è stata contestata dal pubblico ministero della distrettuale antimafia anche l'aggravante mafiosa, in quanto a suo avviso avrebbe agevolato il Nuovo Clan Partenio. Una contestazione relativa proprio al possesso e alla ricettazione della pistola automatica, una calibro 7,65, risultata rubata ad Avellino quattro anni fa. Ma la difesa, rappresentata dagli avvocati Gerardo Santamaria e Claudio Mauriello, ha tentato di dimostrare come non via sia stata alcuna agevolazione del Nuovo Clan Partenio e dunque in aula ha puntato sull'insussistenza dell'aggravante mafiosa. Nel corso dell'udienza di ieri gli avvocati hanno chiesto l'acquisizione dell'ordinanza emessa dalla direzione distrettuale antimafia con la quale furono eseguite 23 misure cautelari nei confronti di altrettanti soggetti legati al Nuovo Clan Partenio, al fine di dimostrare, a loro avviso, l'estraneità di Damiano Genovese alla nuova consorteria criminale riorganizzata dai fratelli Pasquale e Nicola Galdieri (indagati nell'inchiesta Clan Partenio 2.0, entrambi in carcere e accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsioni, usura e turbata libertà degli incanti). Inoltre hanno insistito anche sulla circostanza che il fermo fu convalidato dal gip presso il tribunale di Avellino, Francesca Spella, escludendo di fatto l'aggravante del metodo mafioso. L'arma fu ritrovata dai carabinieri del comando provinciale di Avellino, agli ordini del comandante Massimo Cagnazzo, nell'abitazione di Genovese, ubicata in contrada Sant'Eustachio, nel corso di una perquisizione. Controlli eseguiti dai carabinieri in seguito alla segnalazione della presenza di alcuni bossoli e delle auto danneggiate davanti all'abitazione dei Genovese. Successivamente dalle tempestive indagini svolte dai militari dell'Arma e dagli uomini del nucleo investigativo coordinati dal capitano Quintino Russo emerse che Genovese aveva subito un atto intimidatorio la notte del 23 settembre, quando alcune persone in sella a uno scooter esplosero raffiche di mitra contro la sua auto e quella di suo zio Antonio (indagato a piede libero nell'inchiesta Partenio 2.0 e accusato di associazione a delinquere, usura e turbata libertà degli incanti) parcheggiate nel cortile di casa. Quella sera una pattuglia dei carabinieri si recò sul posto e dopo aver constatato i fori dei proiettili nelle vetture dei Genovese, effettuò una perquisizione domiciliare. Fu lo stesso imputato, che ieri mattina ha rinunciato a presenziare in udienza, a consegnare l'arma ai militari. Era in un armadio, nascosta all'interno di una tasca del giubbino. Per lui scattò la misura degli arresti domiciliari, ai quali è tuttora sottoposto.
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