Coronavirus a Benevento: «Io, infermiere
ammalato, un privilegio i tamponi»

Giovedì 9 Aprile 2020 di Luella De Ciampis
Antonio Testa è un infermiere 57enne di Benevento che presta servizio nel reparto di Oncologia dell'ospedale Rummo. Ha contratto il Covid-19, ha combattuto la sua battaglia e ha vinto. Adesso è in convalescenza alla clinica Gepos di Telese Terme. Una bella vittoria, se si pensa che in passato, aveva avuto già una polmonite, ha subito una ricostruzione della valvola mitralica e ha un aneurisma, tenuto sotto controllo. «Ho attraversato l'inferno dice e sono tornato indietro. Ora sto meglio, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Tutto è cominciato, forse per puro caso, perché dal reparto di Oncologia, dove tornerò a prestare servizio, a un certo punto sono stato trasferito in quello di Malattie infettive, proprio in concomitanza con l'arrivo del primo paziente Covid. Mi sono ammalato e sono stato a casa per parecchi giorni, fino a quando la febbre non ha raggiunto i 40° e non c'era la possibilità di debellarla. Non ho mai avuto tosse e dispnea, ma stavo malissimo». Antonio fa ancora molta fatica a parlare, ma ha voglia di raccontare la sua esperienza e di ritornare alla vita di tutti i giorni. «Il mio continua è un grido di aiuto, per evitare che i contagiati e le loro famiglie siano abbandonati a se stessi, e per far sì che migliori l'assistenza domiciliare. È accaduto a me, quando ero a casa febbricitante, sta accadendo ai miei familiari e a molta altra gente. Il primo tampone mi è stato fatto per intercessione di un medico del Rummo, ma allo stato attuale a mia figlia, che ha la febbre, l'Asl non ha ancora provveduto a fare il tampone. Anche mio figlio è stato male per alcuni giorni, probabilmente si è contagiato quando ero a casa. È stata una forma sicuramente paucisintomatica, ma credo che il tampone andrebbe fatto a tutta la famiglia. Altrimenti, quando finirà la quarantena, i miei familiari potrebbero essere ancora infetti e costituire un pericolo per gli altri. Penso inoltre che a mia figlia andrebbe somministrato il Plaquenil, ma dovrebbe essere l'Asl a stabilirlo».
IL TIMORE
La preoccupazione è legittima, perché, prima che i tamponi di controllo diano esito negativo, passano anche più di quaranta giorni durante i quali, pur essendo clinicamente guariti, si è comunque contagiosi. Ieri la moglie dell'infermiere ha telefonato al prefetto Francesco Cappetta, per chiedere che venga fatto il tampone all'intera famiglia. «In questo lungo periodo di lotta contro il virus e di assenza del servizio sanitario territoriale continua ci sono stati accanto i vicini di casa, che provvedevano a portarci la spesa, i volontari della Misericordia, impegnatisi a portare i farmaci a domicilio anche ai miei genitori anziani, isolati nell'appartamento sottostante al nostro, e i volontari della Croce Rossa che, a sorpresa, hanno portato in dono alla mia famiglia una mega spesa. Non finirò mai di ringraziarli per la loro dedizione e per il calore umano di cui sono capaci e di cui in questo momento c'è tanto bisogno. Ora sono alla Gepos, in isolamento, ma vorrei tornare a casa, anche se qui sono molto coccolato. La dottoressa De Vizia viene spesso a farmi visita, a chiedermi se ho bisogno di qualche cosa. Queste accortezze e la gentilezza mi riscaldano il cuore». Il peggio è passato, ma dopo lo «tsunami» bisognerà rimboccarsi le maniche. «Appena sarò completamente guarito conclude l'infermiere dovrò ritornare a lavorare in ospedale, ma ho paura di ammalarmi ancora. Non sappiamo con certezza che tipo di immunità acquisisce chi contrae la malattia e per quanto tempo si rimane immuni. Ho paura per me e per i pazienti oncologici con cui lavoro ogni giorno».
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