Gigi Di Fiore
CONTROSTORIE di
Gigi Di Fiore

La storia in pillole del presidente Aurelio De Laurentiis e il Napoli calcio

Lunedì 15 Giugno 2015
La squadra di calcio come simbolo di appartenenza ad un'identità territoriale? Il 10 settembre scorso, scrissi in questa rubrica che le maglie dei calciatori della squadra del cuore per tanti rappresentano la sintesi di un'idea composita delle proprie radici. E citai l'esempio dell'Atletico Bilbao, che esclude calciatori di origine non basca nella sua rosa.

Espressi già allora, in tempi non sospetti, la mia freddezza nei confronti del Napoli di Benitez, che mi sembrava squadra senza cuore, con nomi non motivati da un sentito legame con la città e la sua storia. Gli assegni a più zeri non riuscivano a riempire il vuoto di un inesistente legame dell'anima che è, anche nel calcio, valore aggiunto. E, per il passato, penso a Cagliari e Gigi Riva, tanto per fare un esempio.

Il presidente Aurelio De Laurentiis insiste spesso sulla città di Napoli, come molla che dovrebbe inorgoglire calciatori venuti da lontano che invece hanno testa e affetti radicati altrove. Lo stesso presidente cita spesso l'esempio di un club come il Barcellona, che proprio nell'identità, nella storia raccontata anche attraverso un bel museo, cementa il legame con i tifosi, la città e il territorio.

Raffronti lontani, che presuppongono un po' di conoscenza della storia non calcistica della propria terra. Corrado Ferlaino, presidente dell'era Maradona, sapeva e sa bene come il Sud venne annesso all'Italia, legge ancora con curiosità libri fuori dal coro sul Risorgimento, anni fa propose sugli abbonamenti simboli storici bocciati dalla Federazione.

Su questo tema, De Laurentiis è appena agli inizi, nonostante sia presidente del Napoli da qualche anno. Vive a Roma, va sempre di corsa. Ma anche lui, probabilmente, è convinto che non sia da poco identificare la squadra di calcio con la città, con l'essere napoletani che considera "una condizione dello spirito unita a una realtà territoriale".

E ora sembra che il presidente abbia iniziato un nuovo corso anche culturale sulle sue scelte, ricominciando da un tecnico di origini napoletane e un programma che prevede più calciatori nostrani. Fin qui sono decisioni tecnico-calcistiche. Accompagnate anche da qualche riferimento alla nostra storia, su cui il presidente dovrà però ferrarsi ancora di più.

Lo ha dimostrato nella famosa conferenza stampa del 28 maggio, quella dell'addio dell'allenatore Benitez prima della sconfitta con la Lazio. Il presidente partì con il paragone di "questi anni bui" con il "Medioevo spagnolo". Corregendosi, chiedendo scusa allo spagnolo Benitez, con "l'inquisizione spagnola, visto che ci sono stati gli spagnoli a dominare Napoli". E' noto che baroni meridionali e viceré impedirono che i metodi e le regole dell'Inquisizione fossero introdotti nel regno di Napoli. Ma questa imprecisione si può perdonare.

Un po' di confusione in più nei passaggi successivi. Nell'ansia di esprimere un concetto che ha le sue basi, De Laurentiis ha confuso il vicereame con i 127 anni di Nazione guidata dai Borbone delle Due Sicilie. Ma poi ha parlato di un "regno più ricco d'Italia". Per aggiungere una frase a effetto, spunto per titoli ai giornali: "Poi dopo, conte Camillo Benso di Cavour, gran paraculo torinese...sempre Torino sta in mezzo, ha fatto uno scippo, s'è fottuto tutte cose ed è cominciato il tracollo".

Detta così è sintesi ad uso e consumo di un pubblico con poca dimestichezza con i libri e ci può stare. Detta così ha anche un fondamento, seppure semplificato, ma da spiegare a approfondire. Pena le solite raffiche di critiche da integrati della storiografia nostrana. Anche se, va detto, qualche scusante da contesto calcistico si può concederla.

Pienamente condivisibile è la conclusione di quel discorso, che è stato un invito ai tanti tifosi del Napoli. Un invito a leggere, a documentarsi sulla propria storia e la propria identità. Ha detto De Laurentiis: "Questa è storia, ragazzi. Io non è che voglio fare il Borbone, non è che voglio fare il retorico. La storia è una cosa molto bella perché ti racconta, tra le pieghe, dei fatti che poi a scuola non si studiano". Meglio di così...

Questo è il passaggio che nobilita l'intero ragionamento, da applauso. Un passaggio concluso così: "Ci sono dei testi, dei saggi, che se voi li leggeste...". Un auspicio. Dalla passione calcistica possono nascere curiosità sul chi eravamo. Sulla nostra storia. Crediamoci con ottimismo. Anche se la realtà sembra smentirlo.
Ultimo aggiornamento: 13:54 © RIPRODUZIONE RISERVATA