Marco Ciriello

Il cielo è rosso

di Marco Ciriello
Come la luce, che elenca le cose man mano che le investe, così Giuseppe Berto elenca – con ritmo, trama, personaggi – l’Italia che attraversa la seconda guerra mondiale, la sua è una tessitura minuziosa che dal paesaggio arriva agli animi, fino a formare uno dei suoi grandi romanzi, il primo, “Il cielo è rosso” (Neri Pozza). Un romanzo senza ansie, scritto nel campo di prigionia di Hereford nel Texas, e che ha già tutti i canoni della grande scrittura bertiana, una scrittura che con Luciano Bianciardi condivide la bravura e l’esclusione, senza contare che poi arriverà “Il male oscuro” tra i pochi grandi romanzi del secondo Novecento italiano, e che tanto era piaciuto ad Hemingway, il cui riverbero si sente anche nei dialoghi di questa prima storia, scritta venti anni prima, tanto che in postfazione (non la solita posticcia) Domenico Scarpa riporta la versione di Berto sulla lingua usata che fa pensare a un impasto di America e casa, musica e parole: «Non avevo un vocabolario e mi trovavo benissimo senza. Nella mia mente c’era il dialetto. I dialoghi de “Il cielo è rosso”, che tanto ricordano Hemingway, sono pensati in dialetto veneto e tradotti in italiano il più pedissequamente possibile». 
Giovedì 27 Dicembre 2018, 13:39
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