Maria Pirro

Liste d'attesa e barelle
«autodifesa» in corsia

di Maria Pirro
Le lista d’attesa, il ricovero in barella, ma anche il parente di un boss imposto in ospedale. Come primario «provvisorio». Sono i motivi che spingono i cittadini a lanciare un Sos nell’anno della rivoluzione «dei diritti e delle pene». Al difensore civico una legge nazionale attribuisce infatti più poteri d’intervento, in qualità di garante per la salute. E la Campania potrebbe essere la prima regione in Italia ad applicare queste regole.

Tra le novità, la possibilità di inviare gli ispettori in corsia, diffidare i manager inadempienti e addirittura commissarie le strutture per gravi carenze. C’è una proposta normativa, presentata dalla consigliera Bruna Fiola e approvata in prima commissione regionale, con tempi incerti, però, a causa della battaglia legale in corso proprio tra ex difensori civici che ha portato ad annullare l’incarico assegnato a Francesco Eriberto d’Ippolito. Il caso torna all’esame fra tre giorni, il 30 gennaio, e si profila un altro ricorso e quindi un rinvio. Nell’attesa che sia definito, il cittadino può comunque tentare una strategia di « autodifesa». Ecco perché il Mattino ha analizzato le pratiche giacenti.

Cinquanta le segnalazioni pervenute in tre mesi (fino a dicembre 2017), cui si aggiungono una valanga di mail e telefonate ad associazioni come Il Tribunale per i diritti del malato e No Comment. Al primo punto, le liste d’attesa: un piano nazionale stabilisce che 58 prestazioni debbano essere garantite entro termini precisi. Se non accade, il Tribunale per i diritti del malato suggerisce di scrivere alla direzione sanitaria e all’assessorato regionale, chiedendo l’autorizzazione a ottenere la stessa prestazione in intramoenia, cioè privatamente ma senza pagare oneri aggiuntivi oltre al ticket. Questa possibilità è prevista in mancanza di alternative nei tempi di legge anche nelle altre strutture pubbliche o convenzionate. «Sono poi numerose le richieste di risarcimento danni per presunte responsabilità dei medici, in prevalenza nell’ambito ortopedico», spiega d’Ippolito. Ma, per questi motivi, non resta che rivolgersi a un avvocato: in alternativa alla causa vera e propria, c’è la procedura (più breve) di mediazione o conciliazione. In cima alle lamentele anche i ritardi nella consegna di una copia della cartella clinica, che si può sollecitare all’indirizzo della direzione sanitaria e dell’assessorato. «Dopo i 30 giorni, si configura il reato di omissione di atti d’ufficio», dice Tonya Tondi (Medicina solidale), che sottolinea: «Il fascicolo è un diario delle attività diagnostiche e terapeutiche. Ed è un atto pubblico. Nel senso che il paziente, se in grado di intendere e di volere, può prenderne visione con la consulenza del personale in reparto. Stessa opportunità è data al medico di famiglia».

Quando si resta invece a lungo su una barella, si può segnalare il disservizio al primario oppure al direttore sanitario dell’ospedale. Può essere incisivo un reclamo scritto. Non ultima, sentita questione: i rimborsi dei farmaci, in particolare per cardiopatici. Il Tribunale per i diritti del malato chiarisce che, a meno di indicazioni particolari, il medico è tenuto a prescrivere il prodotto generico. Per ottenere il brand, il paziente deve pagare la differenza. La regola vale se non si parla di “composizioni e dosaggi differenti”. In questo caso, non è equivalente: «Spetta l’originale».
Lunedì 29 Gennaio 2018, 22:31
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