Maria Pirro
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Maria Pirro

Liste d'attesa e barelle
«autodifesa» in corsia

Lunedì 29 Gennaio 2018 di Maria Pirro
Le lista d’attesa, il ricovero in barella, ma anche il parente di un boss imposto in ospedale. Come primario «provvisorio». Sono i motivi che spingono i cittadini a lanciare un Sos nell’anno della rivoluzione «dei diritti e delle pene». Al difensore civico una legge nazionale attribuisce infatti più poteri d’intervento, in qualità di garante per la salute. E la Campania potrebbe essere la prima regione in Italia ad applicare queste regole.

Tra le novità, la possibilità di inviare gli ispettori in corsia, diffidare i manager inadempienti e addirittura commissarie le strutture per gravi carenze. C’è una proposta normativa, presentata dalla consigliera Bruna Fiola e approvata in prima commissione regionale, con tempi incerti, però, a causa della battaglia legale in corso proprio tra ex difensori civici che ha portato ad annullare l’incarico assegnato a Francesco Eriberto d’Ippolito. Il caso torna all’esame fra tre giorni, il 30 gennaio, e si profila un altro ricorso e quindi un rinvio. Nell’attesa che sia definito, il cittadino può comunque tentare una strategia di « autodifesa». Ecco perché il Mattino ha analizzato le pratiche giacenti.

Cinquanta le segnalazioni pervenute in tre mesi (fino a dicembre 2017), cui si aggiungono una valanga di mail e telefonate ad associazioni come Il Tribunale per i diritti del malato e No Comment. Al primo punto, le liste d’attesa: un piano nazionale stabilisce che 58 prestazioni debbano essere garantite entro termini precisi. Se non accade, il Tribunale per i diritti del malato suggerisce di scrivere alla direzione sanitaria e all’assessorato regionale, chiedendo l’autorizzazione a ottenere la stessa prestazione in intramoenia, cioè privatamente ma senza pagare oneri aggiuntivi oltre al ticket. Questa possibilità è prevista in mancanza di alternative nei tempi di legge anche nelle altre strutture pubbliche o convenzionate. «Sono poi numerose le richieste di risarcimento danni per presunte responsabilità dei medici, in prevalenza nell’ambito ortopedico», spiega d’Ippolito. Ma, per questi motivi, non resta che rivolgersi a un avvocato: in alternativa alla causa vera e propria, c’è la procedura (più breve) di mediazione o conciliazione. In cima alle lamentele anche i ritardi nella consegna di una copia della cartella clinica, che si può sollecitare all’indirizzo della direzione sanitaria e dell’assessorato. «Dopo i 30 giorni, si configura il reato di omissione di atti d’ufficio», dice Tonya Tondi (Medicina solidale), che sottolinea: «Il fascicolo è un diario delle attività diagnostiche e terapeutiche. Ed è un atto pubblico. Nel senso che il paziente, se in grado di intendere e di volere, può prenderne visione con la consulenza del personale in reparto. Stessa opportunità è data al medico di famiglia».

Quando si resta invece a lungo su una barella, si può segnalare il disservizio al primario oppure al direttore sanitario dell’ospedale. Può essere incisivo un reclamo scritto. Non ultima, sentita questione: i rimborsi dei farmaci, in particolare per cardiopatici. Il Tribunale per i diritti del malato chiarisce che, a meno di indicazioni particolari, il medico è tenuto a prescrivere il prodotto generico. Per ottenere il brand, il paziente deve pagare la differenza. La regola vale se non si parla di “composizioni e dosaggi differenti”. In questo caso, non è equivalente: «Spetta l’originale». Ultimo aggiornamento: 22:48 © RIPRODUZIONE RISERVATA