Caso Diana. Violante: «Antimafia, quante speculazioni. Anche i pentiti ne approfittano»

Lunedì 6 Luglio 2015 di Gigi Di Fiore
Caso Diana. Violante: «Antimafia, quante speculazioni. Anche i pentiti ne approfittano»

Da presidente della commissione parlamentare antimafia, Luciano Violante fu nel 1993 l'autore della prima relazione sulla camorra.

Professore Violante, ha letto delle indagini sui Casalesi che coinvolgono anche Lorenzo Diana?

«Solo quello che è stato pubblicato dai giornali. Mi stupisce molto, ma aspetto di capire meglio».

Cosa pensa di Diana?

«Per quello che ho conosciuto e so di lui, è una persona stimabile e impegnata».

Ricorda perché, dopo tre legislature parlamentari, il Pd non volle ricandidarlo?

«Non ne conosco i motivi. Non so davvero perché il Pd non volle ricandidarlo. Posso solo dire che, oggi, resto stupito delle notizie sull'inchiesta che lo riguardano».

Sotto i riflettori, di nuovo un'ipotesi di accusa di concorso esterno in associazione camorristico-mafiosa.

«Un'ipotesi ormai parte di tanti fascicoli giudiziari. Si applica ad un soggetto che, pur non appartenendo ad un'organizzazione mafiosa, ne favorisce gli interessi attraverso qualche suo comportamento».

Pensa sia applicabile alle vicende contestate a Lorenzo Diana?

«Davvero non ne ho idea, non conoscendo gli atti dell'inchiesta. Non so quale possa essere stato il contributo di Diana all'organizzazione dei Casalesi al centro delle contestazioni che lo riguardano. Né so se questo contributo c'è davvero stato».

Ricorda la sua polemica nel 1995 con l'allora procuratore Agostino Cordova, sui ritardi nell'esecuzione delle ordinanze cautelari dell'inchiesta Spartacus?

«Ricordo che ci fu una polemica abbastanza viva, che venne seguita da molti giornali. C'erano voci diffuse sulle richieste cautelari, ma le richieste non arrivavano e gli interessati fuggivano; segnalai l'anomalia provocando la reazione del procuratore Cordova».

Secondo qualcuno, come il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, dopo il pentimento del boss Antonio Iovine quell'organizzazione dei Casalesi è smantellata. È d'accordo?

«Stimo molto la competenza del procuratore Roberti. Le sue valutazioni meritano molto credito. Ma bisogna comunque stare in guardia».

Si riferisce alla capacità di rigenerazione che mostrano di continuo le organizzazioni criminali?

«Sì, anche nella mafia come nella 'ndrangheta, si è registrata una capacità di ricostruzione di quadri dirigenti davvero straordinaria.

Non basta smantellare i clan?

«Non è azione sufficiente. Lo smantellamento è azione affidata alla polizia e alla magistratura, poi bisogna eliminare le strutture malate, che favoriscono la ricostruzione dei gruppi dirigenti criminali. Mi riferisco alle condizioni sociali, economiche, politiche che, se non vengono mutate, costituiranno sempre l'humus delle organizzazioni criminali seppure con volti e nomi nuovi».

I collaboratori di giustizia restano sempre lo strumento investigativo principale nelle inchiesta di mafia e camorra?

«Lo erano più nel passato. Ora esistono tecnologie avanzate, che consentono metodi sofisticati d'investigazione. Certo, però, le dichiarazioni dei collaboratori possono essere elementi d'avvio investigativo ancora determinanti. Naturalmente, lo dimostra anche l'attuale inchiesta della Dda di Napoli, vanno valutate con grande professionalità e consapevolezza dei rischi».

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Ultimo aggiornamento: 09:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA