Diana, la motivazione del Riesame:
«Imprenditori con appoggio del clan»

Sabato 16 Marzo 2019 di Biagio Salvati
Sono state depositate ieri le motivazioni con le quali, lo scorso 14 febbraio, i giudici del Tribunale del Riesame avevano respinto la scarcerazione dagli arresti domiciliari per i due fratelli gemelli Antonio e Nicola Diana (presidente e vicepresidente della Fondazione Diana) e dello zio quasi ottentenne Armando arrestati il 15 gennaio scorso con l'accusa di concorso esterno in associazione camorristica.

I passaggi dell'ordinanza del Riesame ricalcano per molti versi il contenuto dell'ordinanza firmata dal gip del Tribunale di Napoli che aveva accolto la richiesta di arresto dei pubblici ministeri antimafia Alessandro D'Alessio e Maurizio Giordano. Intanto, gli avvocati Carlo Destavola e Claudio Botti attendono la fissazione del ricorso in Cassazione contro la decisione del Riesame. Ad oggi sono già tre i mesi trascorsi dai Diana agli arresti domiciliari, colpiti in sede di discussione del Riesame anche da altri nuovi verbali contenenti le dichiarazioni di un ulteriore pentito, Nicola Panaro.

 

Nel frattempo, delle 17 società sequestrate, tre sono state restituite ma l'accusa si è rafforzata con quanto riferito da Panaro che ha confermato di presunti interessi tra i Diana e il boss Zagaria.
Il pentito ha riferito che gli imprenditori rifornivano le casse del clan con trenta milioni di vecchie lire al mese (e poi 30 mila euro negli anni successivi) che non erano oggetto di estorsione come sostengono gli imprenditori ma contributo al clan. Una posizione davvero difficile per i figli della vittima di camorra, Mario Diana, diventati anche simbolo dell'antimafia. Sono accusati di essere stati complici proprio di quel clan. Scrive il gip e conferma il Riesame, pur sottolineando il fatto che i Diana sono incensurati, «l'attività imprenditoriale si è svolta, da circa trenta anni, con l'ausilio del clan dei Casalesi». Per il giudice, parlando dei beni sequestrati, l'attività di impresa rappresenta l'oggetto dell'accordo ma il sequestro applicabile nel caso di specie «è quello impeditivo in quanto vi è pericolo che la libera disponibilità dei detti beni possa aggravare o protrarre le conseguenze del reato o agevolare la commissione di altri». Nicola Diana si era presentato spontaneamente al pm tre anni fa raccontando di una dazione di 30 milioni di lire negli anni prima dell'entrata in vigore dell'euro e poi 30 mila euro all'anno fino al 2009, motivandola come pizzo per richieste estorsive.
«Nel 2015 ho trovato anche il coraggio di denunciare le richieste estorsive ma in precedenza, nonostante la cattura di Michele Zagaria, non l'ho mai fatto pur avendo subìto estorsioni per dieci anni», aveva dichiarato Diana, che aggiungeva: «Con mio fratello abbiamo avviato un impegno sociale contro la camorra, costituendo una Fondazione intitolata a nostro padre con la quale finanziamo borse di studio, progetti vari, abbiamo anche assunto il figlio di un'altra vittima della camorra, Noviello, all'interno di una nostra società e sostenuto iniziative a favore dei giovani anche imprenditoriali che ci ha consentito di guadagnare rapporti cordiali con le istituzioni e le forze dell'ordine di tipo personale, mai imprenditoriale riuscendo ad avere circa 170 dipendenti quasi tutti della provincia di Caserta».
Per il gip è di rilievo l'ammissione di un fatto storico, ovvero il pagamento di somme di denaro fino al 2009, a Zagaria che il giudice ritiene che abbiano sovvenzionato il clan diversamente dalla causale offerta da Diana.
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