L'ex sindaco Zagaria assolto dalla mafia:
«La mia vita rovinata dalle bugie dei pentiti»

Domenica 12 Gennaio 2020 di Mary Liguori
Dalla violenza privata al concorso esterno al clan dei Casalesi fino all’associazione per delinquere di stampo mafioso. Diciotto giorni nel carcere di Secondigliano, nel 2012, tre annullamenti della misura (tra Riesame e Cassazione) e cinque anni e mezzo di processo. Il pm aveva chiesto dieci anni di carcere per l’ex sindaco di Casapesenna e solo la metà per Michele Zagaria, il capo dei capi della camorra casertana. Ventiquattro ore dopo la sentenza che assolve Fortunato Zagaria dalle accuse di mafia che l’hanno tenuto alla corda per otto anni, l’ingegnere, oggi 65 anni, commenta a Il Mattino la vicenda che gli ha «congelato» la vita. Condannato a un anno con pena sospesa per le presunte minacce al suo successo ed ex pupillo politico, Giovanni Zara, Fortunato Zagaria si è detto «sollevato» dalla sentenza, ma torna a quel giorno dell’ottobre del 2008, quando iniziarono i suoi guai con la giustizia. «Chiesi a Zara, all’epoca sindaco, di vederci al campo sportivo di Casapesenna perché Luigi Amato lavorava là e, a differenza di quanto è stato erroneamente sostenuto al processo, non perché era in una zona isolata, visto che si trova vicino al caseggiato». Inizia così la verità di Zagaria.

Minacciò l’ex sindaco Zara perché si augurava pubblicamente la cattura di Michele Zagaria?
«Niente affatto. Accadde che, dopo le sue dichiarazioni, i consiglieri, molti dei quali giovani, erano spaventati. Parliamo di un periodo storico in cui la camorra era violenta, era l’epoca delle stragi. Oggi è più facile parlare di legalità, nel 2008 questi territori erano molto diversi. E le dichiarazioni di Zara agitarono tutti, avevano paura per se stessi e per i loro familiari. Ero il vicesindaco e decisi di parlarne con Zara».

Quali furono le sue parole e come reagì Zara?
«Gli dissi “Cosa hai fatto?” e gli trasmisi il sentimento di paura dei consiglieri. Al termine della discussione, Zara mi sembrò a sua volta preoccupato, rispose che ne avrebbe parlato anche con i suoi parenti». 

Eppure, nel corso del processo, il capo d’imputazione a suo carico è mutato e dalla violenza privata lei si è ritrovato ad essere accusato di essere l’espressione del clan...
«Tengo a precisare che dopo le elezioni del 2003, furono pubblicate delle intercettazioni in cui personaggi legati al clan commentavano l’esito del voto senza mai nominarmi. Per questa ragione, chiedemmo al prefetto di inviare la commissione d’accesso e lo stesso Zara dichiarò che proprio perché non avevamo nulla da nascondere e avevamo sempre operato nella trasparenza, la commissione era necessaria per sgomberare il campo da ogni equivoco, poco dopo mi denunciò».

Riavvolgendo il nastro alla luce della sentenza, di equivoci ce ne sono stati tanti altri. Venti pentiti l’hanno accusata di avere preso ordini da Michele Zagaria, di averlo incontrato mentre era latitante, di avere autorizzato i lavori per la rete citofonica abusiva che gli ha consentito di comunicare con i suoi sodali nei sedici anni di latitanza. Lei ha mai conosciuto Michele Zagaria?
«Da ragazzi, quando abitava di fronte casa dei miei nonni. Poi ognuno ha preso la sua strada. Non l’ho mai visto mentre era ricercato né ho mai autorizzato lavori abusivi. Quella dei citofoni è una delle grandi leggende di questo processo. Gli stessi pentiti si sono contraddetti, come sui lavori del campo sportivo che furono affidati a una ditta di Benevento e che due pentiti hanno falsamente dichiarato essere stati eseguiti dalla ditta del cugino di Antonio Iovine».

Anche la sfiducia all’allora sindaco Zara è passata per una “punizione” per le sue iniziative di legalità...
«La sfiducia sopraggiunse perché dopo l’elezione non si creò tra lui e il gruppo il feeling che deve legare un sindaco alla sua maggioranza. Nessuno sapeva, all’epoca della sfiducia, che Zara ci aveva denunciati».

La sua condanna è stata entrare in politica. Si possono amministrare questi territori e uscirne indenni?
«Non mi pento e sono orgoglioso delle cose realizzate da sindaco: dal Puc, approvato nel 2002, agli interventi su strade, scuole e fogne, eppure dico ai miei nipoti di andare via da questo paese. Parallelamente al processo, sono stato intercettato per cinque anni, insieme all’attuale sindaco di Casapesenna, Marcello De Rosa, e al termine di questo procedimento gli stessi pm che hanno indagato così a lungo hanno chiesto l’archiviazione. È chiaro che i rischi sono troppo alti. Tuttavia, il tribunale ha voluto sviscerare l’intera vicenda ed è giunto alle conclusioni assolutorie per le gravissime accuse che hanno congelato la mia vita da quella mattina del 2012. Non scenderei di nuovo in politica per nulla al mondo, questo è ovvio. 

Qualcuno le ha chiesto scusa dopo la sentenza?
«Ho ricevuto più sms in queste 24 ore che negli ultimi anni. Anche chi non credeva in me si è ricreduto. Tranne gli esponenti dell’antimafia civile». 
  Ultimo aggiornamento: 17:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA