Coronavirus a Santa Maria Capua Vetere, le donne dei detenuti: «Botte dopo la rivolta»

Venerdì 10 Aprile 2020 di Mary Liguori
Il tam tam è iniziato sul gruppo whatsapp in cui si scambiano informazioni i parenti di una folta rappresentanza dei detenuti del reparto Nilo del carcere di Santa Maria Capua Vetere. È iniziato, per la precisione, dopo il mancato collegamento via Skype, per alcuni di loro, nella giornata di lunedì. Sostengono, i familiari, di aver potuto sentire i detenuti solo per telefono e non per videochiamata. Evenienza, questa, che ha scatenato più di un mal di pancia, anche e soprattutto visto il momento che attraversa il penitenziario casertano. Ieri, trenta parenti degli ospiti dell'istituto di pena «Uccella» hanno protestato davanti al penitenziario. «Di qua ce ne andiamo solo se riattivano le videochiamate. I nostri parenti sono stati picchiati, alcune di noi non hanno loro notizie da tre giorni, vogliamo delle risposte».

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Agguerrite, mogli, figlie e madri dei carcerati rivendicano diritti che da giorni i detenuti stessi invocano dalle carceri di tutta Italia. Per contrastare il sovraffollamento non bastano le scarcerazioni disposte per chi deve scontare meno di 18 mesi e non ha reati ostativi. I detenuti invocano l'indulto e, a Santa Maria Capua Vetere, il tono delle rimostranze si è alzato di pari passo con il numero di contagi interni al carcere. Dopo i due sanitari, sono risultati positivi quattro detenuti dell'alta sicurezza. Per gli ultimi tre, la conferma è giunta due giorni fa. E intanto la rabbia e la paura, sono montate. Alle 11, una delegazione di tre donne è stata ricevuta in direzione carceraria. «Ci hanno detto che alcuni detenuti sono rimasti feriti durante la rivolta, perché si sono mostrati violenti e la polizia ha reagito», dice una delle donne il cui marito non si fa sentire da tre giorni. «Le chiamate sono state interrotte per punizione e lui, - racconta - insieme al fratello cardiopatico, è trasferito al reparto Danubio». La tensione è tutt'altro che calata dopo l'incontro. D'altronde cova da giorni.
LA CRONISTORIA
Ma andiamo alla cronistoria degli ultimi avvenimenti. È lunedì, come detto, quando inizia tutto, ed è quindi il giorno successivo la rivolta scoppiata dopo la notizia del primo detenuto risultato positivo al covid19. Quel giorno, l'intero quadro dirigenziale dell'Uccella - con i vertici sanitari e i magistrati di sorveglianza - incontra una delegazione di detenuti nel tentativo di tranquillizzare gli animi. Alcuni detenuti, però, non si accontentano delle risposte, né dei provvedimenti giudiziari in corso per contrastare il sovraffollamento. Non si rasserenano, i detenuti, neanche quando i magistrati spiegano loro che, accanto allo «svuotacarceri d'emergenza», paralizzato dalla carenza di braccialetti elettronici, si sta lavorando sulla vecchia normativa che consente per i domiciliari ai reclusi con quadri clinici complessi. Vogliono l'indulto, citano re Mohammed del Marocco che domenica ha graziato 5600 prigionieri. Buona parte dei detenuti presenti all'incontro si mostra comprensiva. Ma lo zoccolo duro della rivolta non retrocede e anzi, dopo la riunione, dalle celle c'è chi continua a strepitare e a inneggiare alla libertà.
IL VIDEO IN CELLA
Il giorno dopo sarà reso noto l'esito di una perquisizione straordinaria che avrebbe portato al ritrovamento di armi rudimentali in diverse celle: spranghe e lame ricavate da oggetti da cucina. Ciò che viene trovato fa presupporre che, dopo i disordini e le battiture, alcuni detenuti avessero in programma tumulti di ben più grave entità. Sotto qualche materasso, gli agenti recuperano anche dei telefoni cellulari. Ed proprio uno di quei telefoni sarebbe stato usato per filmare l'interno di una cella, con un detenuto che si lamenta per le scarse condizioni igieniche. Il filmato, come i file audio, circola sul web.
«HO UNA COSTOLA ROTTA»
Quello stesso giorno, poi, i parenti di alcuni detenuti registrano la telefonata che sostituisce i colloqui dallo scorso 5 marzo. E divulga i file. «Non mi fanno videochiamare perché ho un occhio nero, mi hanno picchiato, ma io non ho neanche preso parte alla protesta; stavo lavorando», dice un detenuto casertano la cui moglie ha chiesto all'avvocato difensore di informarsi su quanto il marito sostiene. «Tuo fratello è in isolamento, lo hanno massacrato», sostiene un altro detenuto. E, ancora, «Mi hanno spezzato una costola, sto malissimo». Le segnalazioni, ormai diventate di dominio pubblico, sono al vaglio della magistratura.
DENUNCE IN ARRIVO
Saranno tutte sanzionate dalla polizia per violazione delle prescrizioni anti-Covid le donne che hanno preso parte alla protesta. Rischiano invece l'accusa di manifestazione non autorizzata le promotrici del sit-in.
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