Il Nobel per la letteratura a Ishiguro è uno schiaffo alla Brexit

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di Titta Fiore

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Nella figura di un autore nato nella città martire di Nagasaki e cresciuto nel Regno Unito, che è stato a suo modo un bambino migrante ed è parte di quella generazione di baby boomers capace di ricostruire paesi e coscienze dalle rovine della seconda guerra mondiale, i giurati di Stoccolma devono aver riconosciuto, accanto all'indubbio valore letterario, un valore metaforico altrettanto forte. La stessa motivazione del Nobel, quell'insistere sulla «scoperta dell'abisso sotto il nostro illusorio senso di connessione con il mondo», sembra andare in tale direzione. Del resto, alle crisi dei valori, alle «incertezze» di leadership e di controllo che mettono a rischio il pianeta ha fatto subito riferimento lo scrittore, appellandosi «alle forze del bene e della pace», in un cortocircuito di senso di evidente intensità.

La memoria e l'oblio. Su questa dicotomia si gioca anche l'ultimo romanzo del 2015, «Il gigante sepolto», che già nel titolo allude a qualcosa di profondo e non affrontato, a qualcosa che sarebbe stato meglio dimenticare. «Ogni nazione ha il suo gigante, e si annida nei ricordi oscuri del passato» aveva spiegato Ishiguro a Mantovaletteratura: «Possiamo continuare a vivere facendo finta di nulla, e per quanto? Possiamo continuare a usare la memoria collettiva per creare odio?». Il Nobel assegnato ieri è anche un'implicita risposta all'inquietudine delle sue domande.
Perfettamente integrato nella cultura britannica, Ishiguro fa suo il tradizionale realismo occidentale senza perdere di vista le eleganti ellissi della narrazione nipponica in un mix multiculturale che è, nel suo naturale dispiegarsi, manifesto e gesto politico. È «uno scrittore dei due mondi» abilissimo a maneggiare i segni di un passato condiviso in epoche di estremi mutamenti e quelli di un futuro straziante e distopico; per la visionarietà e lo spessore emotivo i suoi temi si prestano alla perfezione al racconto per immagini. E infatti Ishiguro, figlio di un tempo sufficientemente pop per privilegiare, con la scrittura, altri linguaggi, è musicista per diletto ed è stato più volte sceneggitore professionista per il cinema e la tv, appassionato frequentatore dei capolavori di Ozu e Kurosawa, ispiratore del più bel film di James Ivory, «Quel che resta del giorno», con un monumentale Anthony Hopkins nei panni di un maggiordomo ossessionato dal dovere in una società in disfacimento sulle soglie della guerra, oltre che soggestista di «Non lasciarmi» che contribuì alla fama nascente di Keira Knigthley.

Il sodalizio con Ivory è un pezzo di vita. «È una bellissima notizia che Kazuo abbia vinto il Nobel» si congratula ora il regista, festeggiato a Firenze per il trentennale di «Camera con vista», «lo merita perché è davvero un grande scrittore, uno dei migliori, oltre ad essere un caro amico. Abbiamo lavorato insieme su due suoi romanzi e spero che ci ritroveremo ancora fianco a fianco per un nuovo film tratto da una sua opera». Sul titolo, a 89 anni, il cineasta americano con la swingin' London nel cuore realisticamente non si sbilancia. «La contessa bianca», l'ultima collaborazione a quattro mani, risale al 2005 e non fu gran cosa. Negli anni trascorsi tra questo e quel set tutta la distanza tra due modi di concepire e maneggiare parole e immagini. «Io scrivo in modo interiore, se c'è un rapporto tra me e il cinema è in negativo», ha sintetizzato Ishiguro, tagliando corto. Ma al festival di Cannes, quando fece parte della giuria, contribuì a premiare i fuochi d'artificio narrativi di «Pulp fiction». Saldando i conti tra le due arti, una volta per sempre.
 
Venerdì 6 Ottobre 2017, 09:02 - Ultimo aggiornamento: 06-10-2017 14:07
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