Il napoletano va imparato, non mortificato (da certi libri)

di Francesco Durante

Se scrivo: «Don Artù, vuje sit' scem', i' na forbic' a' vot' m' mett''n man', mica doje», voi che capite? E se scrivo «marmllat'»; oppure «nun putev' esistr'», e soprattutto: «Arraqquav' e piant', levav' cocc' foglia secc', s'facev' na girat p' a cas', e aspttav'»? Sono arcisicuro che, se siete napoletani, rileggendo la frase riuscirete a venirne a capo. Ma sono del pari arcisicuro che di primo acchito sarete preda dello sconcerto. Le parole e le frasi che ho citato (solo un piccolo assaggio: avrei potuto stilarne un elenco lunghissimo) vengono da La sartoria di via Chiatamone, un romanzo di Marinella Savino di cui «Il Mattino» si è già occupato. Qui, dunque, non lo recensirò. Mi limito a chiamarlo in causa come ultimo (e per la verità piuttosto estremo) caso di resa grafica inappropriata del dialetto napoletano. Dico «dialetto» non tanto per il piacere di contraddire quelli che a ogni pié sospinto, ore rotundo e intonazione grave, sentenziano che «macché dialetto, il napoletano è una lingua»; bensì proprio per segnalare che casi come questo del romanzo di cui parlo ci fanno capire come e perché una lingua che soltanto un'infinitesima parte dei suoi vocanti sa scrivere o è equiparabile all'idioma residuale di una tribù amazzonica, oppure non è esattamente ciò che di solito s'intende per «lingua», cioè il codice dei giornali, delle leggi, degli atti di governo ecc. ecc.
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Mercoledì 20 Febbraio 2019, 11:00
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