Martin Rua e «Il cacciatore di tarante», un thriller nella terra del rimorso

Domenica 12 Luglio 2020 di Marco Perillo
«Terra del cattivo passato che torna e opprime col suo rigurgito». Sono le parole che nel 1959 l'antropologo Ernesto De Martino utilizzò per descrivere il Salento all'interno di quel caposaldo che è La terra del rimorso, in cui si analizzava dal punto di vista culturale e sociale il fenomeno del tarantismo. Oggi questo antico rito tra morsi di ragno e balli esorcistici è al centro di un thriller da leggere tutto d'un fiato, Il cacciatore di tarante (Rizzoli, 368 pagine, 19 euro). A scriverlo è il quarantenne napoletano Martin Rua, l'apprezzato autore della «Parthenope trilogy» - e del suo protagonista Lorenzo Aragona, antiquario del mistero - che cambiando in gran parte registro dà prova di una grande maturazione narrativa.

Esperto di esoterismo e appassionato di antichi culti, Rua dà vita a una vicenda piena di suspense nel Mezzogiorno dell'Italia appena costituita. Siamo nel 1870 e il conflitto tra il nuovo regno sabaudo e la nostalgia borbonica del Sud si condensa nella personalità dei protagonisti: Giovanni Dell'Olmo, ispettore di pubblica sicurezza a Torino, e il duca Carlo Caracciolo de Sangro, brillante medico che vive tra i fantasmi di Palazzo Donn'Anna a Napoli. Il primo è freddo e rigoroso, il secondo malinconico e geniale, erede di quel Raimondo principe di Sansevero considerato un secolo prima il «principe diavolo».

Le loro strade s'incrociano quando Dell'Olmo, sulle tracce di un assassino noto come l'Imbalsamatore, viene spedito prima a Napoli e poi in Salento. Il momento in cui gli viene comunicato di dover recarsi nella città partenopea è emblematico: «Lesse e rilesse il nome della ex capitale del Regno delle Due Sicilie, provando una crescente angoscia. Nei suoi viaggi non si era mai spinto più a Sud di Roma, dove il padre, molto devoto, aveva portato spesso la famiglia per incontrare il papa. Il pensiero di doversi recare a Napoli e poi giù fino al Salento gli fece affiorare alle labbra una preghiera».

Se Partenope lo spaventa, la «terra del rimorso» sarà un vero e proprio incubo. È lì che bisognerà indagare sulla misteriosa morte di cinque ragazze «calate» da quella che sembra essere una velenosissima taranta. Dell'Olmo e Caracciolo de Sangro arrivano ad Ariadne, paesino situato nel Sud più arcaico ed epicentro dei decessi. Per il napoletano è più dura del previsto perché dovrà fare i conti con un passato che lo tormenta e gli fa spesso affogare il dolore nell'assenzio. Le indagini in Salento non vanno come dovrebbero. E i due si ritrovano coinvolti in intrighi e labirinti, personaggi che rivelano segreti, esplorazioni nei sotterranei e rocambolesche sparatorie, giungendo a un finale a dir poco sorprendente.

Al di là delle convincenti scene d'azione, è la scrittura piana di Rua a far voltare pagina grazie alla ricostruzione di un mondo scomparso e magnetico. A cominciare dalla Napoli del 1870, non ancora toccata dal piccone risanatore, attraverso luoghi smarriti come il Mandracchio o il teatro anatomico dell'università, in una scena che ricorda quella di Mastriani in Le ombre. C'è quindi la terra sconfinata salentina, che assume un sapore particolare grazie alla costruzione della lingua di chi la abita, quel dialetto che non può non rievocare le sfumature di Camilleri. Siamo in un posto che, a differenza della Sicilia, della Calabria e della Lucania, non è il teatro usuale dell'Unità ma che per questo riesce a rivelare un pathos maggiore, riportandoci a una realtà che è quella de Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Ariadne - il cui nome fa un po' pensare alla parola «aracne», «ragno» - è un luogo che Rua ha inventato su basi molto reali pensiamo ad alcuni borghi come Presicce - e in cui è possibile annusare le essenze di una piccola Grecia di casa nostra, nella quale per secoli sono stati venerati gli dei «sbagliati».

La Malombra è l'inquietante figura che si sospetta essere responsabile della morte delle innocenti ragazze: è il cuore di tenebra di un Sud dove i riti dionisiaci si mantengono vivi perché si nascondono dietro culti più vicini e rassicuranti. La donna tarantata è come una sacerdotessa che lotta contro un mostro invisibile, la cui danza ha il potere di ipnotizzare al pari delle pagine di questo romanzo.
  © RIPRODUZIONE RISERVATA