La Capria: «Napoli è una città aperta come il suo porto e i libri»

Giovedì 4 Aprile 2019 di Silvio Perrella
Basta poco con Raffaele La Capria perché si scoppi in una fragorosa risata. Un parola, un gesto, un ricordo; con lui non ci si prende mai troppo sul serio, pur essendo ben fondate le cose che ci si dice. Fondate innanzitutto sull'amicizia e sulla condivisione. Ma soprattutto sulla libertà. La libertà di essere pienamente se stessi senza paure di sorta, sapendo che la forma del dialogo è un modo per sperimentare lo stato di salute del linguaggio.

Torni a Napoli.
«Cosa dovrò fare di preciso?»

Un dialogo
«Ma io non so tanto parlare in pubblico».

A volte sì a volte no. Dipende se ti appassioni.
«Sarà. Spero nelle tue domande».

Parleremo al Salone del libro che inizia oggi a Castel Sant'Elmo. Cos'è un libro per te?
«È un custode della memoria. Sia collettiva sia dei singoli».

E come fa un'opera di un singolo a diventare collettiva, potenzialmente di tutti?
«Dipende da come è scritta, dai significati che trascina con sé...».

Dall'uso che fa del linguaggio...
«Sì, e soprattutto se è bello o brutto. Alla fin fine è sempre quel che conta».

Con Raffaele è inutile parlare di «crisi» del libro o di cose del genere. Perché il suo sguardo è vasto e non si ferma all'oggi
«Perché, sai, è sempre la stessa cosa. Ogni tanto queste crisi vengono evocate per dare movimento alla vita e ai discorsi». Lo dice e ci viene da ridere. Intere filippiche incenerite dall'ironia e dalla saggezza.

Da Castel Sant'Elmo si vede il porto. Ti viene voglia di tuffarti da lì e nuotare nell'immaginazione. Di terremotare i punti cardinali. E di congiungere il su con il giù. Ti viene il desiderio di costruire funicolari mentali.
«Sì, Castel Sant'Elmo è parte integrante del profilo della città. Lo ammiravo da casa mia, da Palazzo Donn'Anna».

È una bella traiettoria dello sguardo. In genere non lo si pensa guardato da lì. Ma la città dove tu sei nato e dove io sono venuto a vivere è fatta così. Ognuno traccia le sue vie con gli occhi. Sono le erte vie di cui parlava Leopardi. Ed è la poesia di Machado da te amata e usata per intitolare «L'occhio di Napoli»: «L'occhio che tu vedi non è/ occhio perché tu lo veda;/ è occhio perché ti vede». Ma torniamo al porto.
«Per la città è come non fosse mai stato davvero importante. Non ne è stato parte, piuttosto un'entità separata».

E perché?
«Non saprei dirlo, ma sento che è stato così. Non è stato come Genova o altre città di mare. Un porto per una città di mare dovrebbe essere un polmone che dà aria».

 

Ermanno Rea, ti ricordi, sosteneva che la ragione della separatezza dovesse risalire alla «militarizzazione silente» fattane dagli americani con la base Nato.
«È un'ipotesi suggestiva. Ma io non ho le idee chiare».

Immagina adesso che dagli spalti di Castel Sant'Elmo vedessimo arrivare una nave di migranti. So che il tema dei migranti ti sta a cuore da sempre.
«È la tragedia dei nostri giorni».

E se potessi parlare con uno di loro cosa gli diresti?
«Gli direi che sta approdando in una città dove è difficile anche per molti cittadini sistemarsi. E che dunque non deve spaventarsi. E dovrà sapersi arrangiare. Anche perché Napoli è una città umana e accogliente».

Anche oggi?
«Certo, non mi pare che abbia saputo affrontare con decisione i suoi problemi. Però non si cambia così facilmente. Se è stata così, continuerà ad esserlo».
Speriamo tu abbia ragione. Sai, le ragioni del tuo poetico litigio si moltiplicano.
«Resta il fatto che Napoli è una città universale. E suoi cittadini hanno il dovere di essere all'altezza della situazione».

È un ottimo monito. E va seguito. E si lega al tema del ritorno. Mi vado convincendo che solo se si ritorna è possibile conoscere. Ma i ritorni oggi sono perlopiù negati.
«Hai voluto che una sezione del Meridiano s'intitolasse I ritorni a Napoli».
Proprio per questo. Le migrazioni universali hanno sovvertito la geografia del mondo. Ma rimane la necessità del ritorno, del nostos omerico. Ulisse ritorna. E tu ogni volta che torni è come se compissi il suo stesso viaggio.
«Ognuno ha la sua Itaca. Ed è vero, il viaggio di ritorno è più importante di quello d'andata. Navigare necesse est».
  © RIPRODUZIONE RISERVATA