Siani-De Crescenzo, la strana coppia: «Noi due, malati di napolitudine»

Martedì 12 Marzo 2019 di Luciano Giannini
Questo libro di dialoghi semiseri ha origini antiche: «A maggio 2015 mi dettero la cittadinanza onoraria di Furore, dove girai una scena di Si accettano miracoli. Arrivo per la cerimonia e mi ferma una signora: Sono la figlia di Luciano De Crescenzo, volevo conoscerla. Pensi, anche mio padre è cittadino onorario di Furore. Sa che ha visto Benvenuti al Sud e gli è piaciuto? Perché non viene a Roma? Glielo presento. Figuriamoci! Mi invitava a nozze, Luciano per me è un mito. Così, un giorno sono andato e l'ho conosciuto. Dai nostri incontri è nata la versione teatrale di Così parlò Bellavista, portata al successo da Geppy Gleijeses e anche Napolitudine». Alessandro Siani si riferisce al libro (Mondadori, pagine 120, euro 17), firmato assieme a De Crescenzo, che ha per sottotitolo «Dialoghi sulla vita, la felicità e la smania e turnà». Sotto, ne anticipiamo un brano per gentile concessione dell'editore.

Siani, che rapporto ha stabilito con il filosofo?
«Mi sentivo come un allievo che assisteva alle lezioni di un maestro. In realtà, penetravo in un mondo diverso, letterario. Poi sono venuti fuori la mia verve e questi dialoghi leggeri, dove Luciano filosofeggia e io sbareo».
Dice Luciano a pag. 73: «Osservo Alessandro e ritrovo in lui un po' di me. Siamo molto diversi, sì, ma anche molto simili, soprattutto nel modo di relazionarci con gli altri, senza però rinunciare alla nostra riservatezza».

E lei, cosa dice di lui?
«Dopo Pino Daniele e Maradona, Luciano è il terzo mito che ho incontrato. Cosa mi ha colpito? Il suo spessore, e la capacità di raccontare cose alte in modo popolare. Luciano è un pre-web ha dato a tanti la possibilità di conoscere cose che quelli non sognavano neppure».

Nel libro usate l'espediente narrativo di un Alfonsino, un ragazzo incontrato in un bar. Perché?
«Per completezza, volevo coinvolgere tre generazioni: l'ultima, la mia e quella di Luciano. Io sono più vicino a lui che a un dodicenne. Ho vissuto senza telefonino, lui no».

Che cos'è la napolitudine?
«A smania e turnà, una malinconia che assomiglia alla saudade. Luciano dice: È un tipo di nostalgia inspiegabile, perché a me Napoli manca sempre, anche quando sono là».

 
Un argomento che toccate nel libro è l'atteggiamento nei confronti dei nuovi migranti.
«La parola chiave è tolleranza; anzi, come la chiama Luciano, empatia con gli altri esseri umani. Io, invece, qui voglio mettere in evidenza un dato: ogni anno 180 giovani lasciano l'Italia cercando fortuna altrove; a me preme molto questo problema. Ecco, che cosa fare per arginare la cosiddetta fuga dei cervelli?».

Che cosa c'entra questo con la napolitudine?
«Il Golfo ha la forma di un boomerang. Giri il mondo ma vuoi tornare. Il cervello è in fuga, ma il cuore dove resta? La napolitudine non riguarda solo i napoletani».

Non manca la contrapposizione tra Milano e Napoli. Come dice lei, là c'è piazza Affari, qui Piazza Carità.
«È una battuta nata da un'altra statistica: un operaio del Nord, in media, guadagna molto più di uno del Sud. Dovremmo trovare un equilibrio, non le pare? Per anni abbiamo subìto due pregiudizi: un napoletano che andava al Nord doveva dimostrare di non essere un fannullone e di saper fare quel che gli chiedevano. Poi si scopriva che aveva una marcia in più».

Alla fine, questo libro è un atto d'amore per Napoli?
«Assolutamente sì. Soprattutto per la sua ospitalità, la sua ironia, la voglia di stare insieme e dialogare».

Progetti?
«Preparo il nuovo film, Il giorno più bello del mondo, e sto portando in giro il nuovo spettacolo teatrale, Felicità tour, che ha debuttato sabato ad Avellino. Sono in scena con il maestro Scipione, che ha firmato le colonne sonore dei miei film. Lui si occupa della musica; io racconto, tra aneddoti e sketch, i set, i dietro le quinte, e anche altre storie, le differenze tra ricchi e poveri, tra Nord e Sud Sì, il tasto è sempre quello». Ultimo aggiornamento: 14:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA