Igort vagabondo nel mondo dei manga

di Donatella Trotta

Una magnifica ossessione stimola da oltre trent'anni la fantasia, la sensibilità vibratile e l'eclettica affabulazione di Igor Tuveri, in arte Igort. E questa passione si chiama Giappone. È nella fascinazione dell'impero/mistero dei segni, e dei sensi, che Igort ha modulato almeno dagli anni 80 una sorta di basso continuo, di sostegno armonico a una parte importante della sua produzione di artista e fumettista cagliaritano cosmopolita, ma anche di editore-rabdomante di talenti e di narratore anticonvenzionale, avvezzo all'ibridazione creativa e agli sconfinamenti disciplinari: a cominciare dalle vicende del fragile e solitario lottatore di sumo Hiro Oolong, raccontate nella prima storia lunga disegnata di Igort, Goodbye Baobab. Poi, attraverso la narrazione ucronica, futurista e distopica di Ishiki no Kashi («vuoto temporaneo della coscienza»), apparsa nel 1984 e ora riproposta dall'autore in versione restaurata di alta qualità grafica: Il letargo dei sentimenti, appena pubblicata da Oblomov-La Nave di Teseo (pagine 48, euro 18) e documento prezioso anche per le chiose, gli schizzi, le foto e le riflessioni di Igort (ad esempio, sulle sue fonti di ispirazione e sulla genesi delle sue storie: «Narrare, per me, è anche attendere», dice).

Ma è con il magnifico memoir Quaderni giapponesi che Igort rivela le ragioni profonde del suo incessante viaggio al cuore dell'Impero del Sol Levante, della sua anima più nascosta: «Per anni ero tornato in Giappone, un luogo che oramai mi appariva come casa. Eppure quella fu la prima volta che mi abbandonai a un viaggiare senza scopo. Non c'erano appuntamenti o incontri da fare, viaggiavo per il gusto di perdermi. E forse, cominciai a capire, perdersi in luoghi sconosciuti permetteva di penetrare in stanze segrete, di un sé più profondo», scrive Igort in Quaderni giapponesi 2. Il vagabondo del manga (Oblomov-La nave di Teseo, pagine 186, euro 18), a due anni dall'uscita per Coconino del primo volume che valse all'autore il Premio Napoli. Primo occidentale di fama internazionale accolto a lavorare ai manga (storie a fumetti) in Giappone, in questo nuovo libro Igort va però molto oltre nella sua esplorazione sulle tracce dell'iki no kozo, l'ineffabile «struttura dell'iki» che condensa l'estetica giapponese.

Pellegrino del cuore e viandante dell'anima, intraprende infatti un viaggio intimo sospeso tra passato e futuro. Un cammino di ricerca interiore, di passioni e di amicizie che riesce, con sapienza e lirismo struggente, a intrecciare la «bellezza feroce» della natura nipponica e le manie divoranti della tecnocrazia, miti di carta e metafore delle scatole di cartone, testimonianze di artigianato arcaico fedele alla tradizione e fenomeni di un modernismo con perturbanti derive narcisistico-autolesionistiche (dai cosplayer agli otaku, dal karoshi fino agli hikikomori), insieme con richiami mistici, poetici, antropologici e notazioni sociologiche e di costume. Un itinerario che fonde, anche, letteratura classica e forme d'arte contemporanea e del passato con una scrittura tersa come le tavole dell'artista, a tratti sfumate e monocromatiche secondo lo stile pittorico zen sumi-e, altre volte fedeli alle iconografie variopinte delle stampe ukiyo-e («immagini del mondo fluttuante»), sempre sorprendenti per maestria compositiva e cromatica: molto attenta a dettagli funzionali alla narrazione.

Non a caso Igort parte, stavolta, dai diari e dai versi haiku di Basho, «il poeta che cercava di fermare il tempo con la sua penna» di vagabondo del Karumi (Leggerezza) e del Muga (illuminazione intrisa di sapienza Zen); si fa guidare dall'ordine segreto samuraico del Libro dei Cinque Anelli di Miyamoto Musashi; si fa ispirare dal maestro e premio Nobel della letteratura Yasunari Kawabata e dalle suggestioni dei suoi amici fotografi, musicisti, disegnatori: come l'amato sodale Jiro Taniguchi al quale il libro è dedicato. Lasciando Tokyo l'autore si addentra così in rarefatti paesaggi innevati, percorre boschi e monti solitari e antichi villaggi misconosciuti lucidi di pioggia e fatti di legno di carta e di fango, scopre siti densamente simbolici della spiritualità e civiltà giapponese e attraversa infine i territori del dolore. Giungendo a fare i conti anche con le conseguenze del Pika-don («lampo/scoppio»), prima esplosione nucleare della storia a Hiroshima, e della devastazione del sisma del 13 marzo 2012: che i sopravvissuti hanno sublimato costruendo una toccante «cabina telefonica comunitaria» il cui «telefono del vento» aiuta a dialogare nientemeno che con i morti.

Molto più di un graphic novel, di un reportage disegnato o di un documentario per illustrazioni, e molto oltre anche il genere del carnet de voyage, taccuino di viaggio tra appunti, testi e schizzi di immagini, questo volume sprigiona insomma un potere polisemico non solo (est)etico altamente seduttivo, proprio come il Giappone e i suoi molteplici messaggi rispecchiati negli occhi, nella matita (e nell'anima empatica) di Igort. Il quale, «nutrito di solitudini» che abitano «il dio del disegno», s'immerge allora nella bellezza salvifica consapevole che, in fondo, tutti «abbiamo bisogno di storie, per affrontare la vita, il dolore. Per curarci». Oltre la linea d'ombra delle perdite, delle ferite e della banalità del male.
 
Mercoledì 6 Dicembre 2017, 09:15 - Ultimo aggiornamento: 5 Dicembre, 00:00
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