«Coronavirus e imprese, rischio fallimento quattro volte più alto al Sud»

Venerdì 10 Aprile 2020 di Nando Santonastaso

Il «Cura Italia» prima, il decreto liquidità adesso. Ma a pesare sulla ripresa economica del Mezzogiorno, saranno soprattutto i suoi conti in rosso. Il report della Svimez sugli effetti della crisi non lascia molti dubbi, e del resto era stata proprio l'Associazione guidata da Adriano Giannola a prevedere un 2020 azzerato in termini di crescita per il Sud. E così pur pagando un prezzo largamente inferiore al Centro-Nord per il lockdown (10 miliardi contro 37 miliardi: ovvero, 473 euro pro capite contro i 951 euro del Centro-Nord; e una riduzione complessiva del Pil 2020 leggermente migliore (meno 7,9% contro il meno 8,5% del Centro-nord e il meno 8,4% della media nazionale), è il Mezzogiorno a rischiare di più In termini di imprese fallite, di disoccupazione, di crollo dei redditi degli autonomi, di crescita della precarietà sociale. «Il rischio di default è maggiore per le medie e grandi imprese di quest'area», dice la Svimez. E spiega: «I tempi incerti del lockdown e l'incertezza che investe anche le modalità delle riaperture minano le prospettive di tenuta della capacità produttiva».
 

 

In base ai bilanci disponibili per un campione di imprese con fatturato superiore agli 800mila euro, «le evidenze su grado di indebitamento, redditività operativa e costo dell'indebitamento portano a stimare una probabilità di uscita dal mercato delle imprese meridionali 4 volte superiore rispetto a quelle del Centro-Nord». Una massiccia iniezione di liquidità decisa dal governo proprio per le imprese «dovrebbe attenuare gli effetti di questa situazione» ma lo scenario resta critico. «Bisogna evitare in tutti modi di commettere gli stessi errori del 2008 - dice Luca Bianchi, direttore della Svimez -. Allora a una massiccia iniezione di liquidità non si accompagnò un altrettanto robusto piano di investenti pubblici. Anzi. Si rischia di avere per il Sud a fine 2020 un Pil quindici volte inferiore rispetto al 2008». Dunque, se il primo stadio è impedire l'ulteriore decimazione delle imprese, micro e pmi comprese, bisogna che la domanda pubblica poggi sule loro gambe: «Altrimenti finirà per essere intercettata dalle imprese di altre aree. Per questo occorre garantire un accesso al credito adeguato anche dopo l'uscita dal tunnel. Di sicuro, i 600 euro garantiti alle partite Iva, dietro le quali ci sono moltissime microimprese, serviranno solo a coprire un terzo dei mancati guadagni».
 

«Occorre completare il pacchetto di interventi per compensare gli effetti della crisi sui soggetti più deboli, lavoratori non tutelati, famiglie a rischio povertà e, appunto, microimprese». Scrive la Svimez: «Il decreto cura Italia ha esteso gli ammortizzatori sociali da una platea di circa 10 milioni di dipendenti privati a 14,7 milioni. Rimangono però privi di tutela circa 1,8 lavoratori privati dipendenti, di cui 800mila lavoratori domestici (200mila al Sud e 600 mila nel Centro-Nord) e circa 1 milione di lavoratori a termine, che pur avendo lavorato in passato non erano occupati il 23 febbraio (350mila al Sud e 650mila nel Nord)». Occorre uno strumento universale di tutela dalla disoccupazione, non necessariamente un ampliamento della platea del Reddito di cittadinanza, dice l'Associazione che ricorda anche come «a fronte di circa due milioni di lavoratori irregolari (di cui 800mila nel Mezzogiorno) è possibile stimare circa 800mila disoccupati in cerca di prima occupazione che per effetto della crisi presumibilmente non potranno accedere al mercato del lavoro nei prossimi mesi». Concentrati nel Sud: 500mila.

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