Il Covid piega i grandi marchi: è una pandemia di fallimenti

Mercoledì 8 Luglio 2020 di Antonio Menna
Il Covid piega i grandi marchi: è una pandemia di fallimenti

Ha resistito duecento anni, superando conflitti bellici, calamità naturali, grandi depressioni economiche, trasformazioni sociali e del mercato. Ma il coronavirus ha steso anche lei. Brooks Brothers, l'azienda di abbigliamento più famosa degli Stati Uniti, sta per portare i libri in tribunale. Il crack è ormai inevitabile. Ha vestito le star del cinema, le sue camicie sono state indossate da quasi tutti i presidenti degli Usa, da Roosevelt a Obama. Ha lanciato nel mondo il mitico Preppy Style (l'eleganza dei college americani di inizio novecento: blazer, tessuti a righe e camicie botton down), esaltato nel romanzo di Scott Fitzgerald, Il Grande Gatsby. Un pezzo di storia economica e sociale degli Usa. Ma non è bastato.

Cade il simbolo storico (la pecora sorretta da un nastro), cade anche l'holding finanziaria che aveva acquisito l'azienda fondata da Henry Sands Brooks a Manhattan nel 1818. Prima Marks & Spencer, nel 1988, poi Retail Brand Alliance, con l'italiano Claudio Del Vecchio, figlio del fondatore di Luxottica, Leonardo. Tanti soldi per farne un marchio globalizzato, reinventando uno stile classico, e adattandolo a un mercato in trasformazione, con venature più popolari e l'immancabile catena di franchising mondiali. Il coronavirus, però, ha travolto ogni sforzo. L'infezione è quella finanziaria, un rapidissimo consumarsi nel lockdown del mondo.

Si fermano le produzioni internazionali, rallentano i mercati, chiudono i negozi, si raffreddano le necessità. Sono bastati 4 mesi di economia lentissima, col passo granitico dell'elefante, per mandare duecento anni di storia gambe all'aria.

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Ma Brooks Brothers, nella caduta, non è da sola. Altre società americane dell'abbigliamento sono al fallimento: JCPenney, catena di grandi magazzini, affossata da 450 milioni di dollari di debiti; la storica Macy's, che ha mandato a casa 130mila dipendenti; la catena del lusso Neiman Marcus, che ha licenziato 14mila persone e il J. Crew Group, che controlla il marchio Madewell, vero colosso globale: 500 negozi (chiusi) nel mondo, 15mila dipendenti quasi tutti a casa, 80 milioni di dollari di perdite solo nell'ultimo anno, un debito complessivo di 400 milioni di dollari. Tutto il settore della moda mondiale, del resto, è in picchiata libera.

Un mercato che valeva globalmente oltre 2mila miliardi di euro, oggi calcola perdite da capogiro. Un vero salto di catena, tutta la filiera ferma: dalle collezioni alle sfilate, dalle riviste di moda alla produzione. Mai nessun settore si era così globalizzato: linee strategiche in occidente, fabbriche tessili in oriente, negozi in tutto il mondo. L'incastro di lockdown a macchia di leopardo sul pianeta, seguendo l'andamento del contagio, ha mandato in tilt il sistema più concatenato che c'è. Saltano i marchi low cost, di grande diffusione, e saltano anche quelli di fascia medio-alta. Lusso e grande magazzino accomunati dal destino. E l'Italia, per prima, ha di che preoccuparsi. Primo Paese in Europa per produzione del tessile, abbigliamento e accessori: il 41 per cento della produzione europea di moda era fatta in Italia. E adesso? Il pozzo è nero e qualcuno comincia a toccare il fondo.

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Non solo moda, però. La Covid-19 sta tagliando le gambe all'economia globale, e lo fa proprio ai giganti, che per giganteggiare hanno equilibri più complessi e concatenati e sono quelli che stanno pagando davvero questa strana crisi che infila una lama nella pancia del pianeta. Proprio negli Usa è appena saltato il colosso del fast food, Pizza Hut.

La Npc international, proprietaria della catena, ha presentato istanza di fallimento. Quarantamila persone al lavoro in 27 stati americani, una rete di 1200 locali in franchising in gran parte del mondo. Il nome pizza non tragga in inganno, nulla a che vedere con la nostra. È una sorta di focaccia rossa da uno strano sapore, una di quelle cose che in Italia non mangeresti mai, ma all'estero soprattutto nei Paesi anglosassoni - diventano improvvisamente buone. Un simbolo degli Usa, quasi come i cheeseburger di McDonald's.

Grandi affari, grande presenza globale. Ma travolti dallo tsunami, oggi contano debiti per un miliardo di dollari, accumulato nella crisi da Coronavirus. Chapter 11 si chiama la norma federale degli Usa che, in caso di bancarotta, consente la ristrutturazione del debito e una possibile riorganizzazione. Non è proprio la fine. È uno stop and go. Possibile, quindi, che dietro questi fallimenti si veda già una ripartenza. Ma la botta è pesante.
 


Come pesante è anche per un altro colosso americano, il gruppo di autonoleggio Herz, che già a maggio ha detto stop. 102 anni di storia, 18 miliardi di debiti. Lo storico marchio fondato 102 anni fa è stato la prima grande vittima della pandemia. «La domanda di viaggio è crollata», hanno spiegato dal management, «in un modo mai visto prima: drammatico e improvviso». Quarantamila dipendenti, 12mila sedi nel mondo, oltre 600mila veicoli. Tutto in fumo in pochi mesi. E sulla stessa scia, la crisi corre anche nel cielo. Falliscono i viaggi su ruota e saltano anche quelli per via aerea. La compagnia messicana Aeromexico, il più importante vettore dell'America Latina, ha dichiarato bancarotta. Con essa anche la cilena Latam e la colombiana Avianca. E nella più grande emergenza sanitaria del mondo, salta anche una società globalizzata di cure dentarie, la spagnola Dentix (350 centri in Europa, 60 in Italia, in 12 regioni con 400 dipendenti, ora a casa). E nella lunga scia nera dei fallimenti a causa del virus c'è anche un circo, quello canadese du soleil. Niente animali ma acrobazie, mimi e giochi. Nato a Montreal 40 anni fa, 14 spettacoli in tournée nel mondo, 10 stabili a Las Vegas, Montreal, New York e Orlando, quasi 5mila dipendenti. A causa della pandemia si è visto cancellare nel solo mese di marzo 44 show nel mondo. Stessi numeri nei mesi successivi, fino alla bancarotta. Dipendenti a casa. Luci spente. Niente più giochi. Il virus ha detto sipario. 

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