Aiuti a disabili e anziani: stop alla discriminazione per chi è residente al Sud

Giovedì 19 Novembre 2020 di Marco Esposito

La residenza non può essere una colpa. Figurarsi per un disabile o un anziano non autosufficiente. O, almeno, non dovrebbe. Perché l'Italia degli egoismi ha partorito regole che legano il diritto a un servizio sociale - dall'asilo nido all'assistenza ai disabili - al luogo di residenza. Stavolta però c'è una buona notizia perché almeno una di tali regole sta per essere cancellata, con effetto dal 2021. E per riconoscere al Mezzogiorno il maltolto la legge di bilancio all'articolo 147 stanzia ben 4,2 miliardi di euro in dieci anni.

 

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Le formule perverse sono state costruite da tecnici e approvate da politici (anche meridionali) e hanno disegnato un paese in cui i diritti riconosciuti e le relative risorse sono misurati in base ai servizi storici in modo da perpetuare le disuguaglianze, senza alcun rispetto per i principi d'equità. Il Mattino ha denunciato negli anni tali storture, a partire dalla vicenda degli zeri sugli asili nido nel 2014. E a lungo tali denunce sono state solitarie. Ma poi il clima è cambiato e nel corso del 2019 settanta Comuni meridionali - tra i quali Riccia in Molise, Altamura in Puglia, San Giorgio a Cremano in Campania e Cinquefrondi in Calabria - hanno fatto ricorso al Tar del Lazio contro gli «zero al Sud». Il Tar ancora non si è espresso nel merito ma nelle udienze che si sono tenute i magistrati amministrativi hanno raccolto una documentazione schiacciante sulle discriminazioni che sono state applicate ai danni delle popolazioni più deboli.


Il governo perciò ha deciso di correggere almeno alcune di tali formule. La Commissione tecnica fabbisogni standard, presieduta da Giampaolo Arachi, ha aggiornato le metodologie per i fabbisogni standard comunali, con due novità che si applicano dal 2021 per il settore «territorio e viabilità» e per il «sociale». Nel primo caso si è passati da un meccanismo che vedeva come parametro-base la popolazione a uno che prende come riferimento gli immobili. In tale modo si evita di tagliare risorse ai Comuni, soprattutto delle aree interne, che perdono abitanti, penalizzandoli due volte. Inoltre si misura meglio la presenza di turisti nelle seconde case, mentre in precedenza si intercettavano turisti soltanto nelle strutture alberghiere.


La novità di maggiore impatto è però l'altra, quella del sociale. Cioè l'assistenza fornita tramite i Comuni alle famiglie con disabili o con anziani non autosufficienti. A partire dal 2017 era stata introdotta una variabile statistica di comodo chiamata «dummy», in base alla quale se un Comune si trova in una regione che offre pochi servizi sociali anche il Comune deve offrire pochi servizi. In concreto la variabile - in vigore dal 2017 al 2020 - funziona così: ogni cittadino ha un valore di 67,56 euro di media, che può però salire di 11 euro se si è residenti in Emilia Romagna e scendere di 31 euro se si è residenti in Molise o in Calabria e di 35 euro se si è residenti in Campania. Quindi un emiliano «vale» più di 78 euro e un campano appena 32 euro, meno della metà. Per cancellare tale discriminazione in base alla residenza c'erano due strade: o trattare tutti gli italiani in modo uguale (e quindi togliere qualcosa agli emiliani) oppure alzare lo standard e quindi trovare nuove risorse. Il governo, con il disegno di legge di bilancio, ha deciso appunto di stanziare le maggiori risorse per cancellare la discriminazione territoriale e anzi porre uno standard di qualità fissato pari a quello medio dei Comuni della città metropolitana di Torino per gli orari di apertura dei servizi sociali e di quello dei Comuni della città metropolitana di Bologna per gli utenti serviti. Visto che il federalismo fiscale entra in vigore in modo molto graduale, per il 2021 l'importo sufficiente a coprire l'aumento di finanziamento ai Comuni del Mezzogiorno è di soli 216 milioni. Ma la somma cresce progressivamente e l'articolo 147 stanzia le risorse anno per anno finché il meccanismo non va a regime, con 651 milioni dal 2030 in poi. Per i dieci anni della transizione, sono 4.280 milioni.


Ma chi assicura che gli enti locali meridionali tradurranno davvero la maggiori risorse in servizi per disabili e anziani non autosufficienti? La norma prevede appunto una verifica: «Gli obiettivi di servizio e le modalità di monitoraggio, per definire il livello dei servizi offerti e l'utilizzo delle risorse da destinare al finanziamento e allo sviluppo dei servizi sociali, sono stabilite entro il 30 giugno 2021 e successivamente entro il 31 marzo dell'anno di riferimento con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri». Nulla invece è previsto per sanare quanto è stato sottratto ai meridionali con l'attuazione delle variabili dummy sui servizi sociali nei quattro anni in cui la formuletta è rimasta in vigore.


GLI ASILI NIDO
L'articolo 147 interviene anche sull'annosa vicenda degli asili nido, ma qui lo fa in modo molto meno incisivo, perdendo l'occasione di coordinare i vari fondi esistenti e di dare un chiaro indirizzo in favore della realizzazione di asili nido nei posti dove mancano. Di fatto si istituisce un terzo fondo (dopo quello 0-6 in vigore dal 2017 e quello per l'edilizia scolastica che parte nel 2021) con una dotazione di 100 milioni di euro per l'anno 2022 per poi a salire 150 (2023), 200 (2024), 250 (2025) e 300 milioni a decorrere dal 2026, quale quota di risorse finalizzata a incrementare «in percentuale e nel limite dei Lep, l'ammontare dei posti disponili negli asili nido». Cento milioni nel 2022 è troppo poco e troppo tardi: non sana la vergogna di aver appena assegnato 700 milioni per i nidi a un elenco di Comuni definiti svantaggiati nel quale sono stati inseriti Milano, Torino, Bologna, Reggio Emilia, città destinate a vincere la sfida con Napoli, Palermo, Bari e Reggio Calabria in una gara in cui fa punteggio la capacità di cofinanziare i progetti.

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