Perché la benzina costa tanto? ​Domande e risposte dal caro petrolio alle accise

Venerdì 28 Gennaio 2022 di Marco Esposito
Perché la benzina costa tanto? Domande e risposte dal caro petrolio alle accise

Il caro petrolio spinge in su i prezzi di benzina e gasolio e fa tornare d’attualità una domanda antica: si possono ridurre le accise, che risalgono magari alla guerra d’Etiopia, per calmierare il costo alla pompa? Possibile che in Italia si debba pagare il carburante più caro d’Europa? Questioni legittime, le cui risposte consentono di sfatare qualche informazione fasulla che rimbalza in rete. 

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Da cosa è composto il prezzo dei carburanti?

Da tre voci: il prezzo industriale, comprensivo del costo di distribuzione e del guadagno di petrolieri e benzinai, pari a 72,95 centesimi di euro per litro per la benzina e un po’ di più - 73,27 - per il gasolio; l’accisa grava per 72,84 centesimi sulla benzina e 61,74 per il gasolio; infine l’Iva, che è pari al 22% delle due cifre precedenti, cioè pesa sia sul prezzo industriale sia sull’accisa. Il totale fa, secondo la più recente rilevazione settimanale del ministero della Transizione ecologica, a 1,779 euro per la benzina e 1,647 per il gasolio. Sono prezzi molto superiori a quelli di un anno fa visto che il 25 gennaio 2021 la benzina costava 1,476 al litro e il gasolio 1,346 euro.

Quante accise ci sono sulla benzina?

Una sola, unificata quasi trent’anni fa. Girano in rete tabelle con l’elenco di vecchie accise che si continuerebbero a pagare ancora oggi (e ogni tanto qualche politico ci casca e promette di cancellarle). La più antica sarebbe l’accisa per la guerra in Etiopia introdotta il 30 agosto 1935 e pari a 0,000981 euro al litro ovvero meno di un millesimo di euro. E poi a seguire altre che quasi a rimarcare la storia d’Italia legano il proprio nome a eventi tragici: la crisi di Suez del 1956, il disastro del Vajont del 1963, l’alluvione di Firenze del 1966, i terremoti del Belice, del Friuli e dell’Irpinia nel 1968, 1976, 1980 e così via. In realtà di Mussolini e delle sue mire imperialiste si può dire tutto il male possibile, ma l’accisa per finanziare la guerra in Etiopia fu cancellata l’11 settembre 1936, appena quattro mesi dopo la fine del conflitto. Tutte le altre accise sono state unificate su spinta dell’Unione europea nel 1993. Peraltro Bruxelles impone un’accisa minima sui carburanti di 36 centesimi al litro. In Italia però il livello è il doppio e quindi ci sarebbe il margine per una riduzione.

Perché si paga l’Iva sull’accisa?

Bella domanda. A rigore non si dovrebbe perché l’Iva è un’imposta sul “valore aggiunto” e l’accisa, che è una tassa, non rappresenta il valore di un bene. Ma l’Europa non la pensa così e le disposizioni normative stabiliscono che per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi rilevanti ai fini Iva, i relativi oneri tributari sono parte integrante della base imponibile. Questo significa che le accise sono comprese nell’imponibile e sono da assoggettare all’Iva. Per afferrarne la logica, conviene ragionare in questo modo: ogni volta che si acquista un litro di carburante, si compra anche il diritto a bruciare quel carburante in un motore, inquinando l’ambiente, per cui si paga un controvalore che è appunto l’accisa. E l’Iva in tale caso appare inevitabile.

L’Italia è il paese più caro?

Quasi. Nei confronti internazionali di Global petrol price aggiornati al 24 gennaio 2022 ci sono solo otto paesi al mondo su 170 monitorati più cari dell’Italia. In un listino convertito in euro, il prezzo al litro è massimo a Hong Kong (2,35) seguito da Olanda con 1,99 e poi ancora in Europa con Norvegia a 1,93; Finlandia 1,88; Danimarca 1,84; poi a 1,83 Israele, Islanda e Repubblica Centrafricana. Dei quattro paesi confinanti con l’Italia il più economico è la Slovenia con 1,38 mentre nell’Unione Europea il record del prezzo più conveniente spetta alla Bulgaria con 1,20. Nel mondo però ci sono posti dove davvero la benzina è regalata: i casi più clamorosi sono l’Iran con 4,5 centesimi al litro e il Venezuela con 2,2 centesimi. 

Si può ridurre l’accisa?

Tecnicamente sì. Il valore limite fissato da Bruxelles è di 36 centesimi per la benzina e di 32 per il gasolio per cui l’Italia potrebbe ridurre il livello attuale fino a dimezzarlo. Da quando nel 1993 le accise sui carburanti sono state accorpate, l’accisa unica è stata alzata spesso ma anche ridotta in alcune occasioni: nel 1999, poi nel 2000 e infine nel 2008. Da allora però si registrano solo rincari con l’addizionale salita in un decennio da 56 a 73 centesimi; cifre sulle quali si paga l’Iva, passata nel frattempo dal 20% al 22%. Proprio l’Iva però permette di avere un margine di sconto senza gravare sull’erario, già sotto tensione in tempi di spese extra per la pandemia. L’aumento dell’oro nero, infatti, ha fatto salire in poco tempo il prezzo industriale da 53 a 73 centesimi al litro. Su quei 20 centesimi in più, lo Stato ha guadagnato una maggiore Iva pari al 22%, ovvero 4,4 centesimi. In pratica si può ridurre senza danno per le entrate fiscali l’accisa di 4 centesimi, con effetto immediato sul prezzo alla pompa, che scenderebbe per la benzina da 1,78 a 1,74. Nulla di clamoroso, ma permetterebbe all’Italia di avvicinarsi al livello della Francia (1,72), attualmente il più caro tra i paesi confinanti. 

Gli aumenti sono ingiustificati?

Il petrolio Brent, il cui prezzo fa riferimento per l’Europa, è aumentato da 56 a 90 dollari il barile in un anno, con un incremento del 60% rispetto al 27 gennaio 2021. Il prezzo industriale è cresciuto da 53 a 73 centesimi, quindi del 38% in un anno, perché la materia prima è soltanto una delle componenti del prezzo lungo la catena estrazione-raffinazione-distribuzione. Infine il prezzo della benzina per l’automobilista è aumentato in un anno “appena” del 20% perché la componente fiscale e in particolare l’accisa è rimasta ferma. L’incremento cui si assiste in queste settimane è quindi giustificato dalla situazione internazionale, tuttavia l’automobilista lo paga due volte: alla pompa quando fa il pieno e poi al mercato, perché il prezzo dei carburanti incide sui trasporti e quindi su tutti i prodotti che non siano (davvero) a chilometro zero, traducendosi in inflazione, cioè aumento generalizzato dei prezzi. Ecco perché l’idea di abbassare l’accisa per raffreddare l’inflazione è più che ragionevole e del resto già percorsa in passato. 

Ci salverà l’elettrico?

Si spinge con forza in quella direzione e in effetti negli ultimi anni si sono fatti passi da gigante sull’efficienza delle batterie, ma i tempi non saranno brevi e i motori continueranno a “scoppiettare”. Le imposte sui carburanti hanno del resto l’obiettivo di spingere i produttori e i consumatori a un uso oculato delle automobili, perché se il prezzo fosse quello venezuelano o iraniano si potrebbe premere sull’acceleratore senza limiti. Tuttavia il livello attuale dei prezzi italiani, proprio perché è tra i più cari al mondo, offre margini di riduzione del peso fiscale almeno fino al pareggio dei costi con il principale dei paesi confinanti: la Francia. 

Ultimo aggiornamento: 18:56 © RIPRODUZIONE RISERVATA