Occupati, sprofondo rosso: la ripresa non passa dal Sud

Domenica 1 Maggio 2022 di Nando Santonastaso
Occupati, sprofondo rosso: la ripresa non passa dal Sud

Il divario resta, forse si è persino allargato. E, almeno per ora, l'atteso impatto del Pnrr sulla crescita dell'occupazione al Sud non si vede. Lo dicono i dati, nazionali ed europei, più aggiornati. Impietosi, forse, e, in fondo, nemmeno sorprendenti ma questa, come si intuisce, è un'aggravante, non una consolazione. Il lavoro nel Mezzogiorno rimane distante 20 punti e più dalle medie nazionali e Ue, qui la ricorrenza del Primo Maggio da anni non evoca alcuna festa. C'è ben poco da essere felici di fronte al dato diffuso da Eurostat, l'ufficio statistico europeo: tra le ultime cinque regioni di Paesi Ue per basso indice di occupazione nel 2021 quattro sono del Meridione d'Italia. Campania, Sicilia, Calabria e Puglia condividono la classifica con la Guyana francese, territorio tropicale della madrepatria Francia il cui capoluogo, Caienna, ricorderà a molti il famigerato penitenziario per prigionieri politici. In termini percentuali, sono sullo stesso piano. Tra i 15 e i 64 anni il tasso di occupazione al Sud non supera il 44%. Oscilla tra il 41.1% della Sicilia, il 41,3% della Campania, il 42% della Calabria e il 46,7% della Puglia. Più su, sia pure di poco, c'è la Basilicata. La media europea è un miraggio: 68,4%, quasi dieci punti in più della media italiana e quattro più di quella del Settentrione. La Grecia, spiega Eurostat, che ha un tasso di occupazione più basso di quello medio italiano (57,2%, il peggiore in Ue), ha meno differenze regionali con l'area meno occupata (Iperios) il cui tasso di occupazione arriva al 50,7%.

Sono praticamente gli stessi dati del 2019 ma riattualizzarli dopo due anni di pandemia crea più di un interrogativo. Se è vero, infatti, come aveva rilevato la Svimez nel Rapporto dello scorso anno, che l'emergenza sanitaria ha avuto un impatto più debole sul tessuto produttivo del Mezzogiorno, perché meno diffuso specie a livello industriale del Nord, è altrettanto vero che le distanze tra le due macroaree del Paese sembrano essersi ulteriormente cronicizzate. E il rimbalzo del Pil 2021, che per l'Italia ha superato il 6%, non ha prodotto al Sud un vero e proprio tentativo di recupero. Anzi, l'analisi pubblicata nei giorni scorsi dai Consulenti del Lavoro proprio sull'economia del Mezzogiorno nei due anni pandemici, dimostra che lo scenario è addirittura peggiorato. Gli occupati sono calati da 6 milioni e 93mila del 2019 a 5 milioni 968mila del 2021: si sono perse circa 125 mila unità (-2,1%) e poteva anche andare peggio, sottolinea la ricerca. «Il calo è stato in parte attenuato dall'eccezionale boom del settore edile, l'unico a registrare un saldo positivo nel biennio (+60 mila occupati per un incremento del 15,9%). In assenza di questo, il bilancio sarebbe stato ancora più negativo, rendendo gli effetti della crisi ancora più drammatici». È un dato che fa riflettere anche se va ricordato che già prima della pandemia il Sud non era riuscito a recuperare i circa 300mila posti persi dal 2008, l'anno della prima grave crisi finanziaria mondale. Ma è anche vero che senza sostegni e incentivi pubblici alle imprese e ai lavoratori occupati, l'economia meridionale sarebbe precipitata nel baratro, prospettiva che rimane sul tappeto alla luce delle incognite del caro energia e delle conseguenze della guerra in Ucraina. Il sistema economico meridionale, in altre parole, sconta ancora debolezza evidente che si ripercuote sulla qualità della vita e sulla sua stessa durata, come l'Istat ha di recente sottolineato. Giovani e donne continuano a pagare il prezzo più alto. In termini di lavoro, ad esempio: il tasso dell'occupazione femminile in Campania non raggiunge il 30%, il più basso di tutta l'Ue. In Sicilia e Calabria lo supera di poco. Su 100 lavoratori interessati dall'attivazione di un nuovo contratto, nel Mezzogiorno solo 43 erano donne, contro un valore di 47 al Nord Ovest, 48,1 al Nord Est e 48,4 al Centro. Ma è aumentato anche Il deterioramento della già bassa qualità del lavoro, scrivono i Consulenti del Lavoro: «La crisi ha accentuato ancora di più la precarizzazione dell'occupazione meridionale. Nel 2021, circa il 40% delle nuove assunzioni sono avvenute con contratti temporanei e part time (nel Centro Nord la percentuale è del 28,1%). Rispetto al 2014, quando le assunzioni con tale modalità erano state il 26,7% del totale, sono quasi raddoppiate (+88,8%); di contro, si è progressivamente ridotta la quota di assunzioni con contratti a tempo indeterminato (dal 32,1% del 2014, al 17,1% del 2021)». 

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L'Italia delle disuguaglianze non è certamente tutta al Sud. Né vanno dimenticati i segnali positivi che da alcuni settori produttivi meridionali continuano ad arrivare (il farmaceutico e almeno in parte l'agroalimentare, ad esempio), in attesa che dalle Zes parta finalmente l'attesa capacità di attrazione degli investimenti stranieri. Né è trascurabile il recupero di ottimismo del settore turistico o la conferma del valore assoluto di comparti di nicchia, come quello dell'arte orafa, che non hanno ovviamente grandi numeri ma nei quali il peso della formazione fa la differenza (al Tarì di Marcianise, dove ieri è stata sancita, con la firma di Confindustria e Federorafi, la nascita della Campania come quarto polo orafo nazionale, chi esce dalla locale Scuola di formazione trova immediatamente un posto di lavoro nel settore). Il fatto è che la distanza con le medie nazionale e del Nord è troppo alta per poterla accettare. Vale anche per i laureati: se nella media Ue il tasso delle donne occupate con un diploma di laurea è dell'82,5% in Italia si ferma al 76,4% ma è dell'82% in Lombardia, del 64% in Campania e del 59,4% in Calabria. 

Ultimo aggiornamento: 2 Maggio, 07:11 © RIPRODUZIONE RISERVATA