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Ucraina, Gros-Pietro: «Per l’energia e il grano un solo compratore, l’Ue scenda in campo»

Sabato 21 Maggio 2022 di Nando Santonastaso
Ucraina, Gros-Pietro: «Per l’energia e il grano un solo compratore, l’Ue scenda in campo»

Presidente Gros-Pietro, il caro energia e le conseguenze della guerra in Ucraina stanno rallentando la ripresa italiana dopo l’exploit 2021: cosa rischia il Paese?
«Il tasso di crescita dello scorso anno era un rimbalzo, dopo la pandemia e il blocco imposto a quasi tutte le attività economiche nel 2020. Rimbalzo che ha ormai quasi recuperato gli effetti delle chiusure – risponde Gian Maria Gros-Pietro, economista e presidente del Gruppo Intesa Sanpaolo -. Ora abbiamo bisogno di una crescita vera, che sarebbe stata molto più favorevole senza la guerra in Ucraina».

Finiremo in recessione?
«No, non ci aspettiamo la recessione se continueremo ad avere l’energia che ci occorre, come ha già detto con molta chiarezza il Ceo del Gruppo, Carlo Messina. Se invece ci chiudono i rubinetti del gas, con i prezzi che saliranno ancor più alle stelle, bisognerà razionarne il consumo. E allora le imprese energivore, in particolare, potrebbero essere costrette a chiudere, non avendo più convenienza a produrre a quei costi. Parliamo di aziende del vetro, della ceramica, dell’alluminio, del rame, della carta, dell’acciaio e di altri settori: tutte dovranno fare i conti con una perdita significativa di competitività da cui non sarà facile risalire».

Stiamo messi male noi o è l’Ue che vacilla?
«Il problema del caro energia riguarda sicuramente tutta l’Europa. La guerra in Ucraina ci ha fatto capire quanto è stato errato dipendere eccessivamente per la fornitura di energia. E lo stesso vale per quella di grano, di concimi, di olio di girasole e così via. C’è dunque un discorso di reshoring delle tecnologie che va gestito a livello comunitario per il lungo periodo. In altre parole, per evitare gli immancabili fenomeni di speculazione legati all’aumento dei prezzi dell’energia, è bene che sul mercato vada un compratore forte e autorevole come l’Unione europea, non i singoli Stati membri».

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Passa anche per il Mezzogiorno, definito al forum di Sorrento l’hub energetico decisivo per il Paese, la nuova strategia Ue?
«Assolutamente sì. Il Sud produce una quota significativa di energia da fonti rinnovabili, sole e vento nello specifico, e può produrne molta di più, ma è anche l’approdo naturale dell’energia importata. Non parlo solo degli idrocarburi, che possono arrivare via tubo o per nave, ma anche dell’idrogeno e dell’energia elettrica che possono essere prodotti in Nord Africa. Siamo alla vigilia di un profondo cambiamento della distribuzione geografica della produzione, essendo mutate le condizioni competitive. E di conseguenza torna la centralità del trasporto marittimo».

Il Mediterraneo allargato, cioè, potrebbe decidere le sorti della guerra in Ucraina?
«Proprio così. Il “grande mare” occupa una quota rilevante del traffico marittimo mondiale e la collocazione geografica del Mezzogiorno pone quest’ultimo in una condizione strategica per ripartire e recuperare il divario con il Nord. E, guarda caso, con il Pnrr il 40% delle risorse è destinato al Sud dove, peraltro, in base ai dati in nostro possesso, osserviamo da tempo uno scenario in movimento».

Cosa vuol dire, presidente?
«Che si delinea un Sud nuovo. È soprattutto qui che il Gruppo Intesa Sanpaolo sta investendo. I nostri impieghi al Sud sono pari al 22,6% di quelli dell’intero settore bancario, mentre i depositi rappresentano il 17,5% della raccolta bancaria totale. A livello nazionale siamo al 20%, sia per gli impieghi che per i depositi. Ciò vuol dire che la più grande banca italiana è anche la più grande banca del Sud, dove colloca una quota di investimenti superiore a quella della raccolta. Lo facciamo perché riteniamo il Sud un buon investimento, per la banca e per l’Italia. Se guardiamo al credito a lungo termine, il divario si amplia: sui mutui forniamo il 31% del totale, ma saliamo al 47% per il credito concesso a imprese ed enti. Stiamo investendo nelle start up, nella collaborazione con le università e con le imprese di avanguardia, anche di piccole dimensioni, come Materias a Napoli, che rappresenta un’eccellenza nel campo dei nuovi materiali e che siamo ben lieti di sostenere».

C’è chi dice che il Pnrr andrebbe rivisto, almeno nelle scadenze: che ne pensa?
«Il problema dell’aumento dei prezzi, rispetto alle previsioni sulle quali si basano gli obiettivi del Pnrr non riguarda solo l’Italia. Il Pnrr è parte del Next Generation Eu, un atto politico unitario dell’Europa che ne ha cambiato il Dna: non più un condominio in cui ognuno guarda ai propri interessi, ma un continente che pensa a strategie e obiettivi comuni per tutti i suoi Stati membri. Perciò, non possiamo cambiare il Pnrr solo perché sono mutati i parametri di costo: se c’è da rivedere, lo si farà ma non può essere solo l’Italia a chiedere uno sconto. Questo problema ce l’hanno tutti gli altri Paesi, a cominciare dalla Germania».

Rallenterà la transizione ambientale?
«Il rischio c’è e bisogna lavorare perché non si manifesti. Ma siamo realisti: ognuno deve fare la propria parte. Gli ambientalisti “duri e puri” come Greta hanno fatto benissimo a lanciare l’allarme ma ciò non significa che il problema sia stato risolto. Bisogna trovare un accordo su come dovranno essere gestiti i sacrifici che sicuramente ci saranno e che dovranno essere sopportabili per evitare rivolte sociali, modello gilets jaune: cosa succederebbe se non avessimo sufficiente energia elettrica per le fabbriche?».

Cosa vuol dire in concreto rendere sopportabili i sacrifici?
«In primo luogo, aiutare i più deboli e non penso solo alle famiglie a basso reddito o a quelle che rischiano la fame perché non arriva più il grano ucraino. Qui entra in gioco la politica: un governo forte come quello guidato da Mario Draghi, sa che bisogna dare certezze a chi deve produrre gli elementi necessari alla sopravvivenza e alla sostenibilità dell’ambiente riducendo le esclusioni sociali. Penso alle trasformazioni imposte dall’economia circolare: occorrono enormi investimenti, la politica deve dare indirizzi certi e realizzabili alle imprese, affinché esse esprimano tutta la loro capacità realizzativa».
 

Ultimo aggiornamento: 22 Maggio, 09:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA